Non è una questione di perfezione

Simone Biles ha vinto il suo quarto titolo mondiale in carriera a Doha lo scorso 1° novembre, ma non esattamente nel modo in cui lei o i suoi estimatori speravano.

La Biles è infatti caduta per ben due volte: al volteggio durante la prima rotazione e alla trave nel corso della terza.

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Nonostante tutto è riuscita a raggiungere la vittoria, la quarta nell’individuale, record assoluto, grazie alle eccellenti prestazioni alle parallele e al corpo libero, ma soprattutto grazie a un grado di difficoltà degli esercizi che supera di gran lunga quello delle più dirette avversarie.

Si è trattata di una prestazione tutt’altro che eccezionale, l’americana è stata molto sincera su questo punto:

Mi sento come se le altre avessero meritato un po’ più di me

ha detto nell’intervista post-gara.

La vittoria dipende da quanto sei bravo in quel giorno e oggi non è stato il massimo per me

Sentimenti per certi versi condivisibili quelli della Biles che però non è la prima ginnasta ad aver vinto un titolo mondiale oppure olimpico nonostante una caduta, anche se non è capitato spesso nella storia di questo sport.

È successo nel 2006, durante i primi campionati del mondo in cui venne adottato il nuovo sistema di punteggio aperto, quando Vanessa Ferrari vinse il titolo mondiale nell’individuale dopo una caduta alla trave.

La vittoria fece storcere il naso a coloro i quali ritenevano fosse stata una pessima idea quella di eliminare il vecchio sistema basato sul 10 perfetto.

Con quel sistema ottenere una vittoria dopo una caduta era molto più difficile indipendentemente dal grado di difficoltà degli esercizi. La caduta prevedeva infatti una penalizzazione di mezzo punto, mentre secondo le regole attuali le ginnaste perdono un punto pieno.

La ginnastica è uno sport estetico basato sulle prestazioni. Come tale, le idee di vittoria e perfezione sono profondamente intrecciate tra di loro.

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Le idee di “perfezione” esistono anche in altri sport. Nel baseball ad esempio esiste il cosiddetto “perfect game” quando un lanciatore affronta i 27 battitori e li elimina tutti.

La perfezione è rara e speciale, ma non è affatto una garanzia di vittoria.

Un lanciatore può essere perfetto fino al nono inning e veder sfumare tutto nel decimo.

Certo a Doha nessuno in realtà è stato perfetto o è andato vicino alla perfezione.

Molte delle migliori ginnaste hanno commesso degli errori, magari non così evidenti come una caduta che interrompe una performance.

Cadere è chiaramente un errore più grave, motivo per cui viene applicata una penalizzazione maggiore.

Ma ciò significa perdere automaticamente posizioni in classifica?

E’ vero la maggior parte delle ginnaste non ha il tipo di “paracadute” tecnico che ha la Biles. Se cadono è difficile andare a medaglia.

A volte finiscono sul podio, come Aliya Mustafina nel 2012 quando vinse il bronzo nell’individuale nonostante una caduta. Ma di certo non salgono sul gradino più alto del podio dopo due cadute.

C’è da dire che la Biles è unica in tutto. È capace di svolgere degli esercizi incredibilmente difficili con grande maestria. Ciò non significa che non possa commettere degli errori, d’altronde è umana anche lei.

Di certo non si può pensare di “rubarle” le doti tecniche e quindi sperare di atterrare in piedi dopo alcuni esercizi effettuati con un grado di difficoltà altissimo.

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E’ qui che l’americana fa nettamente la differenza ed è questo il motivo per cui ha dominato gli ultimi cinque anni, non perché ha trovato scorciatoie nel sistema di punteggio, sfruttandole a proprio favore.

Il motivo dei suoi successi consiste nel fatto che la statunitense ha costantemente eseguito la ginnastica più difficile che lo sport femminile abbia mai visto ed è stata brillante nel farlo, sempre.

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Al fine di rendere questa una vera competizione non restano che due alternative:

o tutte le avversarie salgono di livello o ci sarà bisogno di regole diverse solo per Simone Biles.

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Pugni neri

I guanti neri degli americani diventati simbolo di protesta, una vicenda che fa riflettere a cinquant’anni di distanza, perchè il razzismo è una battaglia ancora da vincere.

Se per un breve istante provate a chiudere gli occhi e fate scorrere nella mente alcune delle foto che hanno fatto la storia del secolo che ha immediatamente preceduto quello in cui viviamo, tra un bambino che si para davanti a un carro armato e un astronauta che piazza la bandiera americana sulla Luna, è molto probabile che il vostro immaginario rullino si fermi su questa diapositiva

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Da allora sono trascorsi cinquanta lunghi anni, tanti come le discussioni che quel gesto sollevò e continua a sollevare, segno tangibile che la battaglia intrapresa dai protagonisti della nostra storia è ancora lontana dal potersi dire vinta.

Olimpiadi di Città del Messico, 16 ottobre 1968.

Si è da poco conclusa la gara dei 200 metri piani.

L’ha vinta l’americano Tommie Smith davanti all’australiano Peter Norman e all’altro atleta statunitense John Carlos.

Superata la linea del traguardo Smith guarda il tabellone per controllare il tempo, 19″83 nuovo record del mondo, ma anche per capire in che posizione si è classificato Carlos.

Va benissimo così, specie alla luce di ciò che hanno in mente.

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Nello spogliatoio il duo afro-americano prepara i dettagli del piano da eseguire al momento della premiazione, un gesto di protesta a favore dei diritti umani così come ha voluto il proprio mentore Harry Edwards, il sociologo che l’anno prima aveva fondato l’Olympic Project for Human Rights (OPHR), un’organizzazione anti-razzismo nell’ambito sportivo e universitario che aveva minacciato il boicottaggio delle Olimpiadi di Città del Messico da parte degli atleti americani di colore.

Anche se alla fine il boicottaggio non c’è stato, la vetrina olimpica rimane un’occasione unica e irripetibile per rivendicare i diritti della propria gente ed è per questo che ora Tommie e John stanno scegliendo con cura di andare alla premiazione senza scarpe, indossando solo delle calze nere, per rappresentare la povertà degli afro-americani. Carlos, contravvenendo al regolamento olimpico, decide di non chiudere la zip della tuta per poter meglio esibire le proprie collane, simbolo di solidarietà verso il popolo africano.

Smith ha preso un ramoscello d’ulivo, ma al momento di indossare i guanti neri che sua moglie Denise le aveva procurato, si accorge che Carlos ha dimenticato i suoi.

Poco distante Norman, che ha assistito alla scena in modo non del tutto indifferente, decide che è il momento di dare il proprio contributo alla causa dei due, ignaro delle conseguenze che per questo dovrà patire.

Suggerisce a Smith e Carlos di indossare un guanto ciascuno e si procura una spilla dell’OPHR che appunta sulla tuta in segno di, lui che è figlio di genitori impegnati in campagne a favore dei diritti della popolazione aborigena, nonostante la pelle bianca.

Gli atleti vengono chiamati per la cerimonia di premiazione, la tensione è palpabile, temono addirittura per la propria vita, nei giorni scorsi in Piazza delle Tre Culture una delle tante manifestazioni studentesche di questo interminabile ’68 è finita in tragedia.

Nell’ordine Carlos, Norman e Smith salgono sul podio, ricevono le medaglie e si girano verso la bandiera americana in attesa dell’inno.

Quando le note di The Star-Spangled Banner hanno inizio, Smith alza il pugno destro, Carlos il sinistro.

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Solo Norman guarda in faccia la bandiera ora.

Sullo stadio piomba il silenzio, sull’opinione pubblica mondiale il fracasso più totale.

Il Comitato Olimpico Internazionale chiede e ottiene l’esclusione dei due atleti americani dalla squadra nazionale.

E’ l’inizio della controversa vita a cui i tre saranno costretti da ora in avanti.

Smith e Carlos, eroi per la comunità afro-americana, vengono fatti sentire degli estranei nel loro stesso Paese, mentre Norman viene messo ai margini dalla sua Federazione che gli nega la possibilità di partecipare alle Olimpiadi del 1972.

Il destino per tutti pare essere l’oblio, ma è il destino stesso a mettere sulla strada dei nostri protagonisti un personaggio chiave per la trasmissione della memoria del loro gesto. Si tratta di Alfonso De Alba, nato incredibilmente proprio il 16 ottobre 1968, americano di origine messicana e studente all’Università di San Josè, in California, la stessa frequentata in passato da Smith e Carlos.

Un giorno Alfonso si imbatte in una gigantografia di quel podio olimpico e pensa

Ci sono politici che parlano per una vita e non riescono a comunicare neanche vagamente quello che quei due uomini stanno facendo con una fotografia

Da quel momento decide che “quei due uomini” meritano di essere ricordati per sempre.

Il 17 ottobre 2005, dopo innumerevoli tentativi di ostruzionismo, presso la San Josè University si tiene la cerimonia di inaugurazione della statua dedicata a quello storico momento.

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Ci sono tutti, anche Norman.

Il secondo gradino del podio però è stato volutamente lasciato vuoto, un’incisione ne rivela il motivo

Prendete una posizione, non siate indifferenti

Peter Norman la posizione l’ha presa e l’ha difesa sempre nel corso della propria vita, pagandone un prezzo altissimo. Solamente dopo la morte, avvenuta nel 2006, il Parlamento australiano ha riconosciuto il valore del suo ruolo nel promuovere l’uguaglianza razziale e scusandosi per il trattamento ricevuto al suo ritorno in Australia nel 1968.

Lo stesso Alfonso De Alba sconta la sua iniziativa con una serie di accuse infondate e l’allontanamento dall’Università di San Josè.

Nel segno di Smith e Carlos, altri attori dello sport continuano a manifestare apertamente il proprio dissenso con gesti come quello di cui si è reso protagonista Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers che a partire dall’estate 2016 ha deciso di non alzarsi più in piedi durante l’inno americano suonato ad ogni inizio di gara della NFL.

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Oggi Kaepernick è senza contratto, paga la sua presa di posizione di non onorare un Paese in cui la minoranza nera è ancora oppressa.

A distanza di cinquant’anni la battaglia intrapresa da Tommie Smith e John Carlos resta ancora una sfida tutta da vincere anche se il loro esempio ha vinto per sempre.

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Un salto nella storia

Nello sport, come nella vita, anche un singolo momento può cambiare tutto per intere generazioni, a volte per sempre.

La storia del nostro personaggio inizia nell’Oregon, costa Ovest degli Stati Uniti, una delle grandi culle dell’atletica americana.

Si tratta di un ragazzo magro, smunto, di buona famiglia e con la propensione per lo sport. E’ alto quasi 1,90 e vorrebbe giocare a basket, ma fa un po’ fatica perché nei contatti fisici spesso ha la peggio.

Gli allenatori gli dicono

Ma sai che hai un po’ di elevazione? Perché non provi con il salto in alto?

Ci prova, ma non è un granchè.

Dal 1936 il Comitato Olimpico Internazionale ha stabilito che non è obbligatorio atterrare con un piede particolare dopo un salto, cade quindi in disuso la classica “sforbiciata” e si passa al cosiddetto salto ventrale che è totalmente in voga all’inizio degli anni ’60.

Alle Olimpiadi di Tokyo del ’64 il sovietico Valerij Brumel porta tutti a scuola, un salto perfetto, inavvicinabile per purezza.

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Il nostro uomo, che di nome fa Dick, guarda Brumel e dice

Ma io quanto mai, ma soprattutto “quando mai” potrò saltare così?

E infatti è un modestissimo ventralista, salta più o meno 1,60

Ma dove vuoi andare con quei numeri lì?

da nessuna parte, appunto.

Come tutti i saltatori ha il problema di alzare le benedette anche.

Una volta i suoi compagni di scuola lo sfidarono

Dai saltaci questa poltrona

Ci provò e si ruppe un gomito.

Un giorno però Dick si accorge che per una strana legge fisica, ogni volta che riesce ad alzare quelle benedette anche, anziché andare avanti col corpo, va indietro e siccome è un ottimo ingegnere butta giù uno schizzo sulla carta e pensa

E se provassi a saltare nell’altra direzione, ovvero verso la nuca, senza vedere l’asticella?

Lo chiede al suo allenatore, la risposta è

Guarda, già sei scarso a saltare, questa è una scorciatoia per fallire definitivamente e passare all’ingegneria che sarà per forza l’unica cosa che farai bene nella tua vita

ma Dick, da buon ingegnere, non ci crede

Si mette a disegnare e immagina una parabola verso l’alto, completamente opposta alle leggi della fisica.

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Ci prova e la prima volta che salta con quel sistema guadagna subito 40 cm rispetto al salto ventrale.

Forse l’ingegnere tutti i torti non li ha.

Diventa un buon saltatore in alto e grazie ai trials si qualifica per le Olimpiadi di Città del Messico ’68, che sono tra le più turbolente della storia.

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Molti atleti cercano di abbandonare la città, un po’ per lo smog, un po’ perché la polizia spara per le strade per reprimere i movimenti studenteschi giovanili e non necessariamente giovanili in corso.

Dick trascorre la notte prima della gara davanti alla grande piramide di Teotihuacan, a pochi chilometri da Città del Messico. Ci và con un’altra atleta americana, un po’ di vino, un po’ di birra, un falò, si socializza un po’, un po’ di più e poi ancora di più, notte perfetta.

Il giorno dopo si presenta in pedana, la gente ride, ma perché ride? Molto semplice, ha due scarpe di colore diverso, una è bianca e una è blu e al primo salto la sua rincorsa è del tutto anomala, anziché andare verso l’asticella, va esattamente dall’altra parte, poi una strana elissi e un salto all’indietro, sulla schiena.

Quando però atterra sui grandi materassi non ride più nessuno, ride lui, 2,28, record olimpico e medaglia d’oro.

Il cognome, lo avrete intuito, era Fosbury, il salto in alto da allora in avanti non conoscerà tecnica diversa dal Fosbury Flop, il salto alla Fosbury.

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A tu per tu con la leggenda

La religiosa attesa addolcita dalle fragole con panna, l’avvio in salita, la prima interruzione per pioggia e l’incontro con Clerici, il miracoloso recupero e l’abbraccio con uno sconosciuto tifoso inglese sul punto che regalò il quinto…il mio racconto di Wimbledon 2008

Se pensare di varcare la soglia dell’All England Club può essere per un appassionato di tennis un desiderio prima o poi realizzabile, pensare di farlo nel giorno in cui è in programma la finale maschile di Wimbledon lo è già un po’ meno. Se poi nella finale si affrontano il numero 1 e 2 del mondo e uno dei pretendenti al titolo è il tuo giocatore preferito di sempre, allora siamo davanti a qualcosa di unico e indimenticabile.

All’alba di sabato 5 luglio 2008 un volo low-cost Bergamo-Londra mi proietta nell’atmosfera cool e glamour che solo questa meravigliosa città è in grado di offrire.

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L’appuntamento è fissato per le 14 al gate numero 5 di Church Road. Entro in un gabbiotto senza fare code che già mi sembra un privilegio e quando faccio il mio nome l’incaricata mi mette di fronte a una macchina fotografica. In meno di due minuti il mio facciotto è stampato su un pass grazie al quale potrò accedere al ground, praticamente tutta l’area di Wimbledon, compresa la famosa Henman Hill e 16 campi periferici, per il Centre Court bisognerà organizzarsi all’italiana anche se gli inglesi sono tosti per tradizione.

Ho sempre considerato questo posto come il Tempio Sacro del tennis, mi muovo con discrezione, estasiato alla vista dei primi campi verdi e anche se spelacchiati dopo due settimane di tortura, sentirne il profumo d’erba è un’esperienza sensoriale.

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Lasciato sulla destra l’ingresso principale del Centre Court costeggio l’edificio e imbocco il vialetto che piegando verso sinistra porta alla Henman Hill. Prima però è tempo di infilarsi su per le scale dell’impianto dove sta andando in scena la finale del torneo femminile, il derby tra le sorelle Williams, Venus vs Serena. Arrivato in cima attendo con pazienza che il gioco si fermi per chiedere alla guardia del servizio d’ordine la cortesia di farmi scattare una foto dall’interno. La guardia è gentile e mi fa accomodare, please.

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Provo una sensazione di stupore, sembra di stare affacciato da un balcone direttamente sulla storia e sulla tradizione di questo sport, tutto è luminoso, complice la bellissima giornata, tutto è in perfetto ordine, sobrio, in una parola, magico.

Dò un occhio al punteggio sul tabellone, Venus conduce 5 a 4, time, il gioco riprende, ringrazio la guardia e torno al mio posto. Sulla parete di fronte un poster gigantesco  ritrae il progetto della copertura che dal prossimo anno garantirà lo svolgimento degli incontri sul Centrale anche in caso di pioggia, ergo avremo sempre la finale maschile di domenica, la variabile meteo non è più contemplata.

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Nel frattempo si è fatta l’ora di incontrare il mio benefattore, l’uomo grazie al quale mi sono precipitato quì una volta avuto il suo via libera.

Stefano M. mi attende in fondo alla scale che portano allo studio televisivo dal quale lavora.

La chiacchierata è piacevole anche perché si parla delle nostre passioni, il tennis e il giornalismo, lui ne ha fatto una professione, io no, ma una passione è pur sempre tale e va assecondata anche se nella vita si è intrapreso un altro percorso.

Da persona cortese qual’è Stefano all’improvviso mi chiede

Ti andrebbe di visitare il nostro studio?

Non me lo faccio ripetere e per la seconda volta nel giro di pochi minuti mi trovo a strabuzzare gli occhi dalla meraviglia.

Da perfetto padrone di casa Stefano mi introduce ai colleghi che stanno lavorando per intervistare quella che nel frattempo si è laureata campionessa di Wimbledon per il secondo anno consecutivo, Venus. Poi è la volta di un altro personaggio familiare a me caro, anzi carissimo, il buon Massimo M., molti di voi lo riconosceranno nella foto anche se ne conoscono più facilmente la voce.

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Niente male come primo giorno, mi addormento cullato da uno speciale in tv sulla Coppa di Wimbledon, chissà a chi la consegnerà domani il Duca di Kent.

Domenica 6 luglio, il tempo è un po’ nuvoloso, un classico per Londra.

Arrivato a Church Road iniziano a cadere le prime gocce, anche i campi secondari vengono coperti dai teloni.

Poi fa capolino il sole, un classico pure lui e con il sole ci si scalda un po’ tutti, Rafa Nadal in particolare.

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Di Roger Federer nemmeno l’ombra, qualcuno giura di averlo visto, qualcuno mormora che si è allenato su un campo all’esterno di Wimbledon, sta di fatto che la sua entità rimane astratta dal contesto rispetto al rivale spagnolo.

Lo vedremo materializzarsi sul Centrale più tardi, si ma a che ora?

La finale è in programma per le 14 ore di Londra, ma Radio Wimbledon ha già annunciato che ci sarà uno slittamento di mezz’ora. Ne approfitto per gustarmi le celeberrime fragole con panna che qui sono un must prima di accomodarmi sulla Henman Hill e godermi l’avvicinamento alla finale sul maxi-schermo.

C’è grande attesa e grande equilibrio per la sfida annunciata come la madre di tutte le partite. E’ la sesta finale Slam tra Federer e Nadal e il bilancio è composto da due vittorie per il primo, tutte quì a Wimbledon e tre per il secondo, tutte sulla terra di Parigi, l’ultima lo scorso 8 giugno, ed è stato un massacro.

Finora nessuno dei due è riuscito a vincere in “casa” dell’altro, ma Nadal ha dimostrato grandi miglioramenti e si è avvicinato tantissimo al Federer su erba strappandogli un set in finale nel 2006 e due nella finale 2007 quando andò ben due volte 15-40 sul servizio dello svizzero al quinto.

Si gioca per la storia, il sesto Wimbledon per Roger, mai nessuno ci è riuscito, o il primo per Rafa.

Smette di piovere e alle 14.35 il match può avere inizio.

Il primo punto è l’emblema di quello che ci attende, quattordici colpi di un’intensità straordinaria e dritto lungolinea vincente di Nadal, gli spagnoli assiepati sulla collinetta esultano numerosi.

Al terzo game arriva il break decisivo del set che si chiude sul 6-4 in 48 minuti. Ne basteranno altrettanti allo spagnolo per vincere anche il secondo con lo stesso punteggio.

Federer soffre maledettamente Nadal, questa è la verità inconfutabile dopo i primi due set e dopo la finale del Roland Garros. Rafa lo mortifica, gli toglie i tempi di gioco, rimanda tutto dall’altra parte, rompe i suoi schemi.

Non ce la faccio a stare quì seduto inerme a vedere il mio campione così in difficoltà.

E’ ora di mettere alla prova l’inflessibilità degli inglesi, sono a due passi dal Centrale, se sofferenza deve essere voglio toccarla con mano, sentirla dal vivo dell’azione.

Rompo gli indugi, risalgo le scale del Centre Court e mi piazzo davanti a uno dei tanti ingressi che circondano il terreno di gioco. La guardia di servizio ne ostruisce la visuale ma con un pò di pazienza ce la si può fare.

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Dal vivo è tutta un’altra cosa. Chiudo gli occhi. Il rumore della pallina che esce dalla corde della racchetta di Roger è pura armonia, è sweet swing, è una frustata liquida, ritmata.

L’impatto di Rafa è decisamente più possente, più potente, intimidisce.

Passano i minuti e Roger lentamente, a poco a poco, ritrova il suo tennis, inizia a danzare sull’erba, trova più spesso la rete, ma sul 5-4 la pioggia impone a tutti di andare a prendere un tè, d’altronde sono le 17 in punto.

Scendo nel vialetto, ho bisogno di far sbollire la tensione. E’ qui che faccio l’incontro con lo scriba, Gianni Clerici, che insieme a Rino Tommasi sta commentando la finale in diretta tv. Passo veloce, zainetto in spalla, mi affianco per complimentarmi con lui e al momento della stretta di mano mi dice

Ah è venuto anche lei ad assistere alla sconfitta dello svizzero?

Ma come? Abiti in Svizzera, ti sei sempre professato amante del bel gioco di Federer e non mi concedi nemmeno la speranza di una rimonta? Uomo di poca fede o saggezza di giornalista che ne ha viste e commentate tante?

Alle 18:10 Federer e Nadal tornano in campo ed è subito tie-break, lo vince Roger per 7 punti a 5.

C’è vita oltre che speranza.

Il quarto set scorre via sul filo dell’equilibrio, nessuno arretra di un millimetro, ma la buona notizia è che Federer è tornato in partita, si va al tie-break, di nuovo.

Nadal sale 4-1 e 5-2 con due servizi a disposizione, ma sul più bello si smarrisce, commette un doppio fallo, si offre alla risposta dell’avversario senza la consueta cattiveria e in men che non si dica Roger si ritrova 6-5 a proprio favore.

Accenni di umanità da parte dello spagnolo che però riesce a ribaltare ancora una volta la situazione e a portarsi a un solo punto dalla conquista del torneo sul 7-6.

Federer annulla il match point con un servizio vincente, 7-7

Lo scambio successivo viene chiuso con uno straordinario passante di dritto da parte di Nadal che colpisce in allungo e in precario equilibrio dopo il profondo attacco di Federer. 8-7 Nadal e secondo match point della partita, questa volta con il servizio a favore.

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E’ qui che viene fuori l’immensa classe di Roger Federer.

Messo all’angolo da un attacco in diagonale a uscire, lo svizzero impatta di rovescio, il colpo meno sicuro del suo repertorio,  mandando la pallina a morire all’incrocio delle righe. E’ 8 pari.

Esplodo in un c’mon urlato a squarciagola e mi ritrovo abbracciato a un tifoso inglese che come me ha bisogno di lasciare andare la tensione accumulata.

Ma non è finita. Sul colpo successivo Federer si apre bene il campo per poi chiudere con un dritto vincente e si guadagna nuovamente la palla del set, che chiude con un servizio vincente. E’ di nuovo abbraccio con il tifoso. La finale di Wimbledon 2008 verrà decisa al quinto set.

Mi precipito giù per le scale, ho bisogno di prendere ossigeno, poi torno su.

Sul 2-2 e 40 pari c’è una nuova sospensione per pioggia, sono le 19:50 e si è giocato per quasi quattro ore, ma quando finisce, se finisce?

Quando si torna in campo, mezz’ora dopo, preferisco rimanere giù, non ce la faccio più a guardare, passeggio nel vialetto semideserto lungo tutto il perimetro dell’edificio.

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Non sono nervoso, ma in una sorta di trance meditativa. Ci esco per un istante soltanto quando su uno dei tabelloni elettronici che riempiono l’impianto appare il punteggio di 30-40 sul servizio Nadal con Federer in vantaggio 4-3.

E’ un attimo, penso

eccolo, è il momento che aspettavo

trattengo il respiro, ma è tutto inutile, 40 pari e di lì a poco 4 pari.

Dal rumore del pubblico capisco che si va avanti sul filo dell’equilibrio fino a quando un urlo più fragoroso mi travolge, seguito dagli incitamenti a Rafa, è arrivato il break, ora toccherà allo spagnolo servire per il match.

Ancora urla, incitamenti ora per l’uno ora per l’altro, “non è finita”, poi il boato, lungo, travolgente, definitivo. Capisco che abbiamo perso.

Alle 21:15 Rafa Nadal chiude gli occhi e si sdraia esausto sul campo di battaglia, ha compiuto l’impresa di battere Roger Federer a Wimbledon.

Sono già per strada, sulla via del ritorno le luci del tramonto londinese all’orizzonte fanno da sfondo al mio stato d’animo diviso a metà tra la magia a cui ho assistito e la delusione per l’abdicazione del Regno, ma quel che è certo è che oggi si è iniziato a giocare per la storia e si è finito con lo scrivere la leggenda.

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Sono trascorsi dieci anni da quella finale, ancora considerata da molti la partita del secolo. Roger Federer e Rafael Nadal continuano incredibilmente a dominare la scena del tennis mondiale. Una rivalità senza uguali nella storia di questo sport in cui l’uno ha avuto bisogno dell’altro per crescere e migliorarsi e allungare la propria carriera fino a raggiungere vette impensabili, spostando in là ancora una volta il limite del tramonto.

 

 

 

 

 

 

A volte basta un secondo

C’era una volta la “terra degli slavi del sud” e c’era una filastrocca che l’accompagnava sempre che faceva più o meno così:

La Jugoslavia? “Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito”

Quest’ultimo, autentico simbolo vivente della Jugoslavia, fu per alcuni un architetto in grado di tenere unite nazioni differenti attraverso una personalità che a giudizio di altri invece, troppe volte sconfinò nella dittatura e nella repressione.

Dato uno scenario simile, la storia che stiamo per raccontare non poteva che essere caratterizzata in senso totale da un sentimento di unione e di fratellanza interrotto per sempre all’ombra delle bombe che dilaniarono la Jugoslavia a partire dagli anni novanta.

Protagonisti di questa storia due tra i più illustri cestisti mai prodotti dal movimento balcanico, uno croato, l’altro serbo, Drazen Petrovic e Vlade Divac.

Drazen Petrovic ha un talento innato che unito ad una maniacale voglia di perfezione, gli permette di dirigere sinfonie uniche sui parquet di tutta Europa al punto da meritarsi il soprannome di Mozart dei canestri.

A Sebenico, dov’è nato nel 1964, ha le chiavi della palestra, si sveglia ogni giorno alle sei del mattino, sistema le sedie sul parquet e inizia a palleggiare, la leggenda vuole che non abbandoni mai l’allenamento senza aver consumato una razione quotidiana di 500 canestri. E’ determinato e il successo non tarda ad arrivare con le maglie del Cibona Zagabria e del Real Madrid, ma ancor più con quella azzurra della Jugoslavia.

Nei ritiri della nazionale gli viene affiancato un compagno di stanza che sembra essere l’esatto opposto di Drazen. E’ un ragazzone di 2,16 che milita nel Partizan di Belgrado, il suo nome è Vlade Divac. I due si completano alla perfezione, Vlade è un burlone, Drazen un introverso, fissato in modo quasi paranoico sul basket e poco altro.

A completare il quintetto base della nazionale ci sono Toni Kukoc, Zarko Paspalj e Dino Radja, giocatori in grado di coniugare ottima tecnica individuale e grande personalità. Sono serbi e sono croati, ma appartengono ad una generazione che ha avuto la fortuna di vivere nella pace e si vede. L’affiatamento che dimostrano quando scendono in campo è tale da renderli pressoché inarrestabili.

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Dopo aver vinto l’argento olimpico a Seul ’88, l’Europeo di Zagabria dell’89 è un vero e proprio show. Vincono tutte le partite con una facilità disarmante, dando l’impressione di vivere davvero un momento spensierato e di parlare una sola lingua, quella universale del basket.

Talmente universale che i confini europei stanno ormai stretti a Drazen e Vlade.

E’ giunto il momento di realizzare il grande sogno americano targato NBA. Il primo finisce a Portland, il secondo a Los Angeles sponda Lakers, alla corte di sua maestà Magic Johnson.

Ma a differenza dell’amico serbo, Drazen non riesce a superare inizialmente il muro della diffidenza americana verso i giocatori europei piombando così in una crescente frustrazione dalla quale Vlade prova a farlo uscire. Tutte le sere lo chiama al telefono per dargli conforto e fargli capire che arriverà il suo momento e quando arriverà, lui dimostrerà anche a “quel” mondo la sua bravura.

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Il rapporto tra Vlade e Drazen si rafforza sempre più, lo zenit giunge a Buenos Aires nel 1990 quando i due si laureano campioni del mondo con la maglia della nazionale dopo aver battuto in finale l’Unione Sovietica.

Ma proprio mentre stanno celebrando la vittoria più grande, accade l’imprevisto che segnerà in maniera decisiva la loro storia.

La partita è appena finita quando un uomo entra in campo tenendo in mano una bandiera tricolore, ma al centro della bandiera non c’è la stella rossa della Jugoslavia, ma lo scudo a scacchi rossi e bianchi, simbolo storico della Croazia, icona degli indipendentisti e dei nazionalisti spinti. Divac gli si para davanti ed evidentemente infastidito dalle parole dell’uomo ancor più che dalla vista della bandiera, gliela strappa dalle mani gettandola a terra.

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La mia reazione non voleva dimostrare di essere contro qualcuno, volevo solo proteggere la mia squadra e far capire che eravamo la nazionale della Jugoslavia e non della Croazia, della Serbia o di un’altra repubblica

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Così Divac spiega quel gesto nel bellissimo documentario Once Brothers (mai più fratelli) edito da Espn, un gesto istintivo basato su buone intenzioni, ma che strumentalizzato ad arte dai mass media diverrà presto il motivo della fine di una grande amicizia.

Petrovic interpreta quel gesto come politicamente offensivo e decide di tagliare per sempre i rapporti con Divac. Vlade lo chiama di continuo per scusarsi, per fargli capire che si sarebbe comportato allo stesso modo anche se si fosse trattato della bandiera della Serbia, Drazen non si degna nemmeno di rispondergli, non vuole sentir più parlare di lui e ogni volta che lo interrogano sul loro rapporto dà una sola risposta

Una volta eravamo migliori amici, ma ora non lo siamo più  

La situazione precipita, con la dichiarazione di indipendenza di Slovenia e Croazia nel 1991 scoppia la guerra civile. L’esercito federale jugoslavo, divenuto esercito della repubblica serba si incarica della repressione, diverse città croate vengono attaccate, la stessa Sebenico non viene risparmiata.

Paradossalmente i due stanno vivendo il momento migliore della loro avventura in NBA. Drazen, nel frattempo trasferitosi alla corte dei New Jersey Nets, trova il minutaggio e la fiducia che gli erano mancati, Vlade trascina i Lakers fino alla finale per la conquista del titolo contro i Chicago Bulls di Michael Jordan.

Ed è proprio contro Michael Jordan che Petrovic guida da capitano la Croazia nella finale Olimpica di Barcellona ’92. Ai Giochi non viene ammessa invece la Jugoslavia. Se gli Stati Uniti sono una squadra di marziani, i croati sono i primi fra gli umani, ma un dubbio resta e resterà in eterno.

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Come eterno resterà il sogno di Drazen di vincere il titolo NBA, proprio ora che è stato inserito nel terzo quintetto di stagione, primo europeo nella storia.

Di ritorno da una partita di qualificazione agli Europei giocata in Polonia, all’ultimo istante decide di non salire sull’aereo con il resto della squadra, ma sull’auto guidata dalla sua ragazza diretta in Germania per trascorrere qualche giorno di vacanza. Drazen si addormenta e non si risveglierà mai più. Un terribile schianto contro un tir stronca la sua vita a soli 28 anni. Lascia orfani la famiglia, di un figlio che apparterrà per sempre anche all’intero popolo croato e il basket, di un giocatore dall’immenso talento.

Ma soprattutto lascia il suo amico Vlade con una ferita che porterà dentro per il resto dei suoi giorni.

Non rivedrò mai più Drazen, non avrò mai la possibilità di parlargli, di spiegargli tutto e di riabbracciarlo come dopo le tante vittorie condivise insieme. Perché io lo so, l’ho sempre saputo, che sbollita la rabbia che una schifosa guerra ci ha fatto provare gli uni per gli altri un giorno sarebbe finita anche l’assurda freddezza e la distanza tra di noi. Invece non sarà più possibile, mai più.

Per costruire un’amicizia ci vogliono anni, per distruggerla a volte basta un secondo.

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Mai più

Impossibile cancellare dalla mente quella sera di maggio di 33 anni fà.
Era stato un giorno bellissimo, in trepidante attesa della finale,
contavo le ore, pochi minuti fecero a pezzi il sogno mentre affondavo nel divano di casa, troppo piccolo forse per comprendere realmente il peso dell’errore a cui niente e nessuno dei miei beniamini malcapitati
avrebbe potuto porre rimedio per il resto delle proprie esistenze.
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Quelle esultanze, quel giro di campo con la coppa si potevano e si dovevano evitare,
lo sanno perfettamente oggi quei miei beniamini
a cui la coscienza non ha dato tregua, ne sono sicuro, in questi lunghi anni.
Quella coscienza che continua a mancare a coloro i quali non perdono occasione per vomitare fango sulla memoria delle vittime, la cui sola colpa è stata di trovarsi lì,
nel posto sbagliato al momento sbagliato
in trepidante attesa della finale dopo un giorno bellissimo.

In punta di piedi

Quando le luci si spengono e il silenzio è dappertutto, si fa luce il profondo attaccamento di un uomo verso tutto quello che lo ha fatto diventare grande

Quasi le due di notte, due come le luci ancora accese al Camp Nou, sul prato verde si staglia la sagoma di un uomo riluttante a lasciare quella che per 22 lunghi anni è stata la sua casa.

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Prima di far scorrere i propri pensieri, ha atteso l’uscita di tutti gli ospiti accorsi a vederlo per l’ultima volta in azione in maglia blaugrana, ed ora se ne stà lì seduto nel cerchio di centrocampo, il luogo in cui si sente più a suo agio, a piedi nudi, quasi a voler amplificare il senso di profondo contatto che lo lega al morbido terreno di questa casa che lo ha accolto ragazzino e che si appresta a salutarlo uomo vincente e di successo.

Eppure Don Andrés Iniesta che riflette sul proprio glorioso passato, in questo stadio così maestosamente vuoto, esprime un profondo senso di solitudine.

Ora che le luci si sono abbassate emerge la fragilità dell’uomo che fà di tutto per non nascondere il sincero amore verso quella maglia che ancora indossa.

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Con il cellulare in mano scatta un’ultima foto nell’oscurità, lui che è abituato a portare la luce alle stelle e a rimanere nell’ombra, ma che da quell’ombra quando è uscito ha brillato di luce propria, una su tutte la finale in Sudafrica nel 2010 contro l’Olanda, arresto e tiro e Spagna sul tetto del Mondo.

Ora è il momento di uscire però, in punta di piedi (nudi) s’intende, quasi a non far sentire il rumore dei passi che lo porteranno lontano da qui, da questo posto chiamato casa per oltre due decenni, verso il quale può essere difficile dire addio, ma che allo stesso tempo lascerà sempre una luce accesa, il faro verso il suo ritorno.

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Mucha suerte Don Andrés