Leggere per crescere

Amo lo sport,

sin da bambino mi piaceva da matti annotare su un diario i risultati dei principali avvenimenti sportivi del giorno, fosse calcio, tennis, basket o formula 1 aveva poca importanza, nell’era pre-digitale, questo era il mio modo per immagazzinare informazioni e la cosa mi tornava molto utile per argomentare le discussioni con gli amici e alimentare la mia passione.

La passione però non si è limitata a qualcosa di teorico, alle annotazioni sul diario e alle ore passate davanti alla tv per seguire questo o quell’avvenimento, mi è sempre piaciuto abbinare la pratica di uno sport.

E così sono arrivate le uscite in mountain-bike, le immancabili partite a calcio, ma soprattutto le giornate intere spese in un campo da tennis rimesso a nuovo grazie all’entusiasmo e alla voglia di stare insieme di un gruppo di ragazzi un pò sognatori.

Ma tutto questo evidentemente non era ancora abbastanza e così, superata la trentina, sono stato colpito da quella che io amo definire scherzosamente sindrome di Linus, la corsa e da lì in avanti non mi sono più fermato, un po’ come Forrest Gump.

Correre mi ha insegnato tanto, impegnarmi per perseguire un obiettivo con costanza e sacrificio è stato un qualcosa di profondamente appagante. Con i dovuti paragoni, seppur a debita distanza dal mondo dei protagonisti dello sport, mi sono sentito più in sintonia al loro modo di pensare, di agire, di fare tesoro dei momenti di difficoltà per raggiungere i risultati.

Ma non c’è crescita che non sia accompagnata e sostenuta da una cultura di base. Leggere libri di vario genere legati al mondo dello sport mi ha aiutato molto a diversificare il mio punto di vista, ad allenare la mente oltre che il corpo.

Ho acquisito così la capacità di considerare me stesso, che osservavo le cose da varie posizioni, con una certa obiettività.

Se non ci fossero stati i libri, se non ne avessi letti tanti, probabilmente avrei condotto un’esistenza più arida e indifferente alle cose.

Da questa grande scuola che è la lettura ho estrapolato quindi la mia personale top ten, la pubblico con l’intenzione di aggiornarla magari tra un po’ di tempo, quando avrò arricchito la libreria di nuovi testi, sarebbe bello anche grazie ai vostri consigli

10. La corsa segreta (Tyler Hamilton)

9. Nati per correre (Adharanand Finn)

8. La voce del ghiaccio (Simone Moro)

7. K2, la verità (Walter Bonatti)

6. A perdifiato (Mauro Covacich)

5. Deserti (Carla Perrotti)

4. Dallo scudetto ad Auschwitz (Matteo Marani)

3. Non dirmi che hai paura (Giuseppe Catozzella)

2. Open (Andre Agassi)

1. L’arte di correre (Murakami Haruki)

 

Buona lettura a tutti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’uomo che sapeva volare

Dedalo, Icaro, Leonardo, da sempre l’uomo ha cullato il grande sogno di volare con la naturalezza degli uccelli, di sperimentarlo sulla propria pelle per cambiare le prospettive al mondo, come recita uno dei più grandi capolavori di Battiato.

Venti anni fa esatti ci lasciava l’uomo che per primo aveva imparato a volare davvero, Patrick De Gayardon de Fenoyl.

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Una vita spesa a spostare sempre più in là il limite umano attraverso un maniacale senso di ricerca, tanto da meritarsi il famoso claimNo Limits” da parte della nota marca di orologi Sector

L’estremo è ricerca. Del limite da superare, della meta più lontana che un uomo può proporsi di raggiungere. E, una volta che l’ha raggiunta, l’estremo diventa un ulteriore limite, una meta ancor più lontana.

Un’infanzia difficile alle spalle, la madre muore in un incidente stradale quando ha solo due anni, praticamente non conosce mai il padre e viene cresciuto dai nonni a Oulins, nei dintorni di Parigi. Una passione fuori dal comune per il volo, sia esso con paracadute, prima, o base jumping (il lancio da basi fisse) dopo.

Il rischio per sentirsi vivo, una conseguenza, forse.

Se il lancio nel 1992 dal Santo Angel (Venezuela), la cascata più alta del mondo (979 metri) è di per sé spettacolare, suggestivo è il tuffo dall’elicottero in bocca al Sòtano de Las Golondrinas, gigantesco canyon naturale in Messico.

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Gayardon entra in una sorta di pozzo profondo 376 metri e largo dai 63 ai 49 metri, aprendo il paracadute solo una volta all’interno della cavità naturale, un attimo prima del limite, ormai un marchio di fabbrica.

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Neanche il tempo di diventare uno dei pionieri dello skysurf, lanciandosi in volo sopra il Polo Nord con una tavola da surf attaccata ai piedi, che l’ostinata ricerca del limite estremo lo porta ben presto alla realizzazione di quello che sarà il simbolo con cui verrà per sempre ricordato, la tuta alare, la sua seconda pelle.

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Per realizzarla studia il volo del Petaurus breviceps, il Petauro dello zucchero, una sorta di scoiattolo con le ali che vive in Madagascar e capisce che l’ambizione e la ricerca lo porteranno presto a volare si, ma in avanti e a lungo. Ci riuscirà. Percorrerà con questa tecnica, chiamata wingflight, la ragguardevole misura di 9 km, la distanza maggiore mai percorsa dall’uomo in caduta libera.

Si tratta di volo planare, non di volo verticale, senti una strana pressione sulla schiena. In quel momento vuol dire che l’aria diventa portante. Ti senti aspirato da una ventosa gigante.

Il suo ultimo volo lo compie inconsapevolmente il 13 aprile 1998, alle Hawaii, uno dei posti più incantevoli del mondo. Il paracadute principale rimane impigliato nell’imbragatura, quello secondario si attorciglia nel principale. E’ la fine di un sogno, è l’inizio di un mito, Patrick De Gayardon, di fatto, il primo uomo capace di volare.

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Il giorno dopo la sua morte La Gazzetta dello sport lo ricordò cosi

Ci sono uomini che con le loro invenzioni hanno cambiato il nostro modo di vivere.

Altri, quello di sognare.

 

 

 

 

 

La cometa di Halley (e Zizou)

Il giorno in cui ebbi la percezione che una prestazione così, un interprete così, non li avrei mai dimenticati

9 gennaio 2000, il tanto temuto millennium bug che avrebbe dovuto produrre un vero e proprio crash informatico si è rivelato in realtà un fenomeno ampiamente marginato e circoscritto. Quello che invece non si può limitare è un altro fenomeno che va in scena alle 13 di questa domenica di inizio millennio allo stadio Tardini di Parma.

Indossa la maglia bianconera, ha il numero 21 sulle spalle e ha nell’eleganza il marchio di fabbrica. Il suo nome è Yazide Zinedine Zidane. Per tutti Zizou.

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Il suo talento non lo scopriamo di certo oggi, ma oggi è una di quelle giornate in cui ogni giocata, ogni movenza, sembra avvenire nella luce, lasciando dietro di sè una scia luminosa e avversari in un mix di estasi e impotenza.

E’ un campionario di movenze uniche, un susseguirsi di controlli e scatti eseguiti con un anticipo clamoroso. Zizou è un campione di completezza: piedi memorabili, visione di gioco panoramica e istantanea, tecnica eccelsa, forza fisica spaventosa, eleganza innata, senso della posizione assoluto.

Sa fare maledettamente bene la veronica, un colpo scritto nel suo destino.

09 JAN 2000. SERIE A. 16th round. PARMA Vs JUVENTUS 1-1. ZINEDINE ZIDANE

La veronica nel calcio è quella finta tramite la quale chi la esegue si passa la palla da un piede all’altro mentre con il corpo ruota su stesso. I francesi la chiamano roulette , gli inglesi l’hanno ribattezzata Marseille turn, proprio in onore di Zidane, che a Marsiglia è nato.

Ironia della sorte la moglie di Zizou si chiama Veronique, come a dire che il francese ha sposato un dribbling.

Oggi al Tardini Zizou è la luce che illumina ogni azione, inventa, regge il centrocampo e guida l’attacco, gioca a un livello talmente straordinario rispetto agli altri 21 uomini in campo da far sembrare normale gente del calibro di Del Piero e Thuram.

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La partita finisce 1-1, con i padroni di casa in 9 che la riacciuffano nel primo dei quattro minuti di recupero grazie a un gol da fuoriclasse di Hernan Crespo, ma poco importa, oggi ho capito che un giocatore così è come la cometa di Halley.

Proprio come lei, capace di ispirare tra un passaggio e l’altro generazioni di artisti come Pascoli, Giotto e forse anche Dante, il transito di Zizou sui campi di calcio merita una benedizione per gli occhi che vi hanno potuto assistere e la celebrazione di quel momento in cui si ha pienamente la consapevolezza delle proprie percezioni, ossia che una prestazione del genere, un interprete del genere, li rivedremo tra chissà quanto tempo.

Chissà che mondo troverà la cometa.

 

Negli occhi aperti, accese appena e spente,
morian le stelle. E Dante fu nessuno.
Terra non più, Cielo non più, ma il Niente.

Il Niente o il Tutto: un raggio, un punto, l’Uno.

(tratto dall’ode di Giovanni Pascoli, Alla cometa di Halley)

 

 

 

 

 

 

All’inferno andata e ritorno

L’aveva in pugno, ma è andato a tanto così dal perderla per poi vincerla, una partita che è la resurrezione di un uomo capace di lottare contro il destino avverso

Ve lo confesso, il pezzo era pronto,

la seconda rimonta in due giorni consumata nel caldo del deserto californiano, per giunta con quella lunga barba a rievocare immagini messianiche, erano elementi troppo invitanti per non celebrare l’ennesima resurrezione di Sua Santità Roger da Basilea a pochi giorni dalla Pasqua.

Dopo un sabato di passione speso a recuperare un set e tanto gioco alla promettente stellina croata Borna Coric, ecco lo stesso copione ripresentarsi in finale contro “la torre di Tandil” Juan Martin Del Potro, giocatore di ben altra consistenza.

All’inferno andata e ritorno, era questo il titolo suggerito da una partita drammatica, estremamente incerta, che aveva visto per quasi 2 ore il campione svizzero prima soccombere e poi tentare di arginare il ritmo asfissiante impresso dall’argentino.

E quando l’ennesimo rovescio coperto della new age rogeriana è andato a segno rompendo di fatto l’equilibrio del terzo e decisivo set le sembianze dello svizzero hanno iniziato a rivelarsi sulla sua tovaglietta o sudario che dir si voglia, nella pausa tra il nono e il decimo game.

Il copione sembrava già scritto quando lo scenario è mutato, ancora una volta, rivelando la verità tenuta nascosta per oltre 2 ore e mezza di gioco.

Cinque minuti, il tempo necessario a Delpo per tornare dall’aldilà di 3 palle match prima di assestare il micidiale “uppercut”, un dritto inside-out da destra verso sinistra che rendeva vano e al tempo stesso umano ogni tentativo di recupero di Federer, al quale non rimaneva che assistere all’assolo argentino di lì alla fine.

64 67 76 e primo meritatissimo Master 1000 in carriera portato a casa a 29 anni e dopo quattro interventi ai polsi, uno al destro e tre al sinistro, roba da far vacillare anche le convinzioni dei più caparbi.

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Juan Martin Del Potro nel marzo 2014, dopo il primo dei quattro interventi al polso

Non ci posso credere, sono così felice di essere tornato a giocare a questi livelli. Ho stupito me stesso, ora voglio stupire il mondo del tennis. Ho vissuto momenti durissimi, voglio non pensarci più. Sto cercando di vivere la mia vita al massimo, giocando al meglio delle mie possibilità ovunque.

E’ questa dunque la vera resurrezione da celebrare, la rinascita di un campione sfortunato che avrebbe meritato di più dal proprio talento, ma che ora, passata la tempesta, sembra l’unico in campo capace di tener testa al numero uno del tennis.

Lunga (seconda) vita Delpo, ci vediamo a Miami, magari la domenica di Pasqua.

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Il messaggio di Davide

Quando non riusciamo a dare una spiegazione logica a ciò che accade a un passo da noi, è come se ci sentissimo “traditi” dalla stessa nostra esistenza.
Tutto questo fa impressione rendendoci muti, ma…

Quando non riusciamo a dare una spiegazione logica a ciò che accade a un passo da noi, è come se ci sentissimo “traditi” dalla stessa nostra esistenza.

Tutto questo fa impressione rendendoci muti.

La notizia della scomparsa di Davide Astori ha avuto questo effetto su di me, mi ha lasciato senza fiato e senza forze, ancora una volta la vita mi ha sorpreso con una delle sue deviazioni dai binari della felicità che tutti vorremmo percorrere senza sosta, ed ora quello che solo riesco a fare è starmene muto in un angolo, con le paure che affollano i pensieri e le preoccupazioni che riaffiorano a pochi mesi da un’altra perdita importante per me e per i miei affetti più cari, avvenuta in circostanze analoghe a quelle che hanno portato via il povero Davide.

Ma anche i passaggi più bui e dolorosi della nostra esistenza nascondono un messaggio profondo, di speranza, che ha il diritto di essere riportato in superficie e svelato agli occhi di molti, anche di chi non vuol vedere o di chi non vuol credere che sia così.

E così ho udito questo messaggio attraverso il silenzio irreale degli stadi, l’ho visto nelle maglie dai diversi colori strette intorno allo stesso dolore, ed ho provato l’emozione attraverso la magia di una canzone cantata da chi non c’è più da sei anni, lui nato quel quattro di marzo in cui un altro cuore ha invece smesso di battere.

Interrogarsi sullo stupore della vita e godere appieno di ogni suo momento

mi piace pensare sia questo il messaggio che Davide ci ha lasciato in eredità, un messaggio libero di volare proprio come fa una rondine che si infila nel mondo degli uomini per guardarli da vicino.

Grazie a Lucio per questa poesia

Vorrei entrare dentro i fili di una radio
e volare sopra i tetti delle città
incontrare le espressioni dialettali
mescolarmi con l’odore del caffè
fermarmi sul naso dei vecchi
mentre leggono i giornali
e con la polvere dei sogni volare e volare
al fresco delle stelle, anche più in là

Sogni, tu sogni nel mare dei sogni.

Vorrei girare il cielo come le rondini e ogni tanto fermarmi qua e là
aver il nido sotto i tetti al fresco dei portici
e come loro quando è la sera
chiudere gli occhi con semplicità.

Vorrei seguire ogni battito del mio cuore
per capire cosa succede dentro
e cos’è che lo muove
da dove viene ogni tanto questo strano dolore
Vorrei capire insomma che cos’è l’amore
dov’è che si prende, dov’è che si dà
Sogni, tu sogni nel cielo dei sogni

(Lucio Dalla, Le rondini, 1990)

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E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria.

Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami.

Ci si parla, ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio.

(Tiziano Terzani)

Uno strano incrocio

Quella bambina che a sei anni sulle nevi di Foppolo sognava , un giorno, di vincere le Olimpiadi..

Da Simone Moro a Sofia Goggia il passo è breve, talmente breve che basta percorrere poche centinaia di metri per poterli incontrare per le vie di Bergamo Alta o le colline della Maresana, quando non sono in montagna ovviamente

“Mamma, ho vinto l’oro alle Olimpiadi!”

Questo il sogno che Sofia si è regalato, un impresa senza precedenti, mai infatti un italiana aveva vinto l’oro olimpico in discesa libera, la regina delle specialità dello sci alpino

Solamente il grande Zeno Colò nel ’52 a Oslo era riuscito a fare altrettanto tra i maschietti

“La vittoria la dedico a me stessa, al mio bel Paese, alle persone che vogliono bene a Sofia indipendentemente dal fatto che vinca l’Olimpiade. Grazie a chi ha creduto ad una bambina che a sei anni sognava di vincere le Olimpiadi sulla neve di Foppolo

Sono una pasticciona, ma oggi ho cercato di essere una samurai”

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Oggi Sofia ha raggiunto l’apice della sua ancor breve e già luminosa carriera di atleta e non è un caso che l’abbia fatto proprio alle Olimpiadi, un evidente appuntamento con il destino

Già, perché quattro anni fa gli Olympic Games di Sochi, li aveva potuti solamente commentare da studio e non correre in pista come avrebbe fortemente voluto

A toglierla letteralmente dai “giochi” un maledetto infortunio subito poco più di un mese prima a Lake Louise. Durante la discesa libera il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro fece “crack” e con lui i sogni di gloria in terra russa

Dagli studi di un emittente televisiva italiana Sofia commentò la vittoria in discesa della svizzera Dominique Gisin, prima ex aequo (fatto più unico che raro) con la slovena Tina Maze

Oggi la Gisin è commentatrice tecnica della tv svizzera e quando Sofia è passata davanti alla sua postazione è successo qualcosa di davvero emozionante

“Ricordo che nel 2013, di ritorno da Lake Louise, stavo su una sedia a rotelle in aeroporto, una ragazza mi bussò sulla spalla e mi disse di prendere il suo biglietto

Lei era in business, io invece in economy

Quella ragazza era Dominique, sapevo chi fosse, ma non la conoscevo affatto di persona

A quattro anni di distanza, dopo alti e bassi, mille gare, mille sconfitte, dopo tante gioie e dolori, ti ritrovo qui davanti a me

io sto vincendo l’Olimpiade e…e sono emozionata!

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Si abbracciano Sofia e Dominique, ed è un abbraccio spontaneo e pieno di riconoscenza che vale e pesa più di una medaglia d’oro

Ancora una volta

rinunciare non ha significato perdere, ma soltanto rinviare il successo

Da Simone Moro a Sofia Goggia il passo è breve

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Ritorno in vetta

Domenica 11 febbraio Simone Moro e Tamara Lunger hanno compiuto la loro impresa insieme, la prima salita invernale del Pik Pobeda, la più alta montagna (3003 metri) della grande catena dei Monti Cerskij, nel cuore della Siberia, uno dei posti più freddi, e per questo anche impervi, della Terra con temperature in grado di raggiungere anche i -60 gradi

No, non sono Roger Federer, spiacente di avervi deluso

Se alzate lo sguardo verso il cielo spesso mi troverete lassù, in cima alle montagne più alte del pianeta

Normale, perché di mestiere faccio l’alpinista, il mio sogno fin da bambino

Ricordo che l’impiegato del Comune un giorno mi chiese

“Nome?” (Simone)

“Cognome?” (Moro)

Alla domanda sulla mia professione risposi con un sonoro “Alpinista!”

L’impiegato mi guardò con aria stranita

“Ma scusi, esiste come professione?”

“Si” confermai

“Quindi scrivo alpinista?”

“Esatto”

Un altro impiegato qualche anno più tardi, nonostante la richiesta fosse sempre la stessa, si ostinò a scrivere sulla carta d’identità “Professionista discipline sportive”

A differenza di alcuni impiegati ottusi

la mia famiglia non mi ha mai impedito di credere nei sogni

aiutandomi così a realizzarmi come alpinista di alta quota e a farne la mia professione

Una professione che mi ha portato al record di maggior numero di ascensioni in prima invernale sugli 8000, scalando nell’ordine il Shisha Pangma (2005), il Makalu (2009), il Gasherbrum II (2011) e il Nanga Parbat (2016)

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Per realizzare questi miei sogni sono serviti volontà e determinazione, pazienza e perseveranza, fatica e sacrificio, tutti strumenti da acquisire e affinare col tempo

E’ servito anche provare paura per conoscerla, per imparare a gestirla e poter decidere che è più importante qualcos’altro

Un ruolo fondamentale in tutto questo l’ha avuto il fallimento

Rinunciare non è da falliti, bisogna essere dei campioni per farlo in tempo e senza conseguenze. Nel mio mestiere non è facile resistere alla tentazione della cima che ti chiama dicendoti che potresti entrare nella storia dell’alpinismo

Nel 2008 mi sono fermato a meno di 200 metri dalla cima del Broad Peak.

Ero da solo, stavo bene e le condizioni meteo erano perfette,

ma era tardi, maledettamente tardi, erano le 14:30

Raggiungere la vetta a quell’ora significava esporsi ai pericoli del buio prima di rientrare al mio ultimo campo. Mi fermai e iniziai la discesa, con le lacrime agli occhi, ma con la vita in salvo. Ero quasi arrivato, mai nessuno era riuscito a scalare in invernale un 8000 in tutto il Karakorum, nonostante oltre vent’anni di tentativi

Tre anni dopo, in compagnia di Denis Urubko e Cory Richards sono riuscito nell’impresa, conquistando la cima del Gasherbrum II

Questo insegna che rinunciare non significa necessariamente perdere, ma soltanto rinviare il successo e comunque poterne conseguire altri

Anche la morte ho visto da vicino, era il giorno di Natale del 1997

Parete Sud dell’Annapurna, in cordata con il mio maestro Anatoli Boukreev e con Dimitri Sobolev fummo sorpresi da una valanga. Io sopravvissi per miracolo, dopo un volo di 800 metri, perché ebbi la fortuna di atterrare sull’unico spiazzo a metà parete invece che precipitare per altri 1000 metri

In pochi istanti mi ritrovai seduto, rivolto verso valle, con le gambe immerse nella neve fino alle ginocchia, ferito alle mani e ad una gamba, ma vivo

Dopo aver chiamato invano a gran voce i miei compagni fui “costretto” a mettermi in salvo

Aver visto da vicino la morte mi ha aiutato a crescere come uomo e a farmi apprezzare ancor di più il valore dell’esistenza

io voglio vivere per un sogno, non morire per un sogno

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Parla con umanità Simone Moro e arriva dritto al cuore di chi lo ascolta

Sogno e determinazione si fondono e si mescolano in quest’uomo cresciuto ai piedi delle Orobie, nel bergamasco, le montagne “sfigate” come lui stesso ama definirle, sempre con affetto però, quando le paragona alle Dolomiti o al Cervino

Lo ascolti e rimani affascinato dal suo saper condividere i propri sentimenti attraverso le doti comunicative

La semplicità è l’arma con la quale arriva alla gente in modo diretto, autentico, facendoti sentire partecipe delle imprese e delle emozioni ricavate, anche se non muovi nemmeno un passo in montagna

Nella speranza che le sue narrazioni regalino spunti e riflessioni, stimoli e ispirazione

Un po’ quello che è successo a me nel sentire direttamente dalla voce di Simone il racconto dell’impresa sul Nanga Parbat, conclusasi il 26 febbraio 2016 con la conquista della sua quarta prima salita invernale di un 8000, record assoluto

Un impresa riuscita dopo un corteggiamento lungo più di quattro anni, passato attraverso un paio di tentativi falliti, nel 2012 e nel 2014, e nonostante l’incidente di percorso accaduto alla sua compagna di viaggio, Tamara Lunger, costretta a fermarsi a soli 70 metri dalla vetta

Tamara aveva capito che se avesse proseguito non sarebbe tornata a casa

Durante la discesa inoltre inciampò e cadde compiendo un volo di almeno 200 metri

Si fermò per miracolo grazie ad un tratto di neve fresca

Ritrovato il rifugio però, la luce da lei accesa riuscì a guidare sani e salvi Simone e i due compagni di viaggio

C’è un immagine che più di tutte mi ha colpito di questo racconto

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La foto ufficiale scattata per le agenzie di stampa poche ore dopo la conquista del Nanga Parbat ritrae Simone insieme ai due compagni capaci di raggiungere la vetta, il pakistano Alì Sadpara e lo spagnolo Alex Txicon, ma soprattutto in compagnia di Tamara, una testimonianza ancora una volta autentica del valore di quest’uomo, un leader carismatico capace di fare squadra con semplicità e coerenza

Un uomo grazie al quale domenica scorsa Tamara ha coronato il proprio sogno

perché come diceva Madre Teresa

la felicità non è una destinazione, ma un percorso

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