Un salto nella storia

Nello sport, come nella vita, anche un singolo momento può cambiare tutto per intere generazioni, a volte per sempre.

La storia del nostro personaggio inizia nell’Oregon, costa Ovest degli Stati Uniti, una delle grandi culle dell’atletica americana.

Si tratta di un ragazzo magro, smunto, di buona famiglia e con la propensione per lo sport. E’ alto quasi 1,90 e vorrebbe giocare a basket, ma fa un po’ fatica perché nei contatti fisici spesso ha la peggio.

Gli allenatori gli dicono

Ma sai che hai un po’ di elevazione? Perché non provi con il salto in alto?

Ci prova, ma non è un granchè.

Dal 1936 il Comitato Olimpico Internazionale ha stabilito che non è obbligatorio atterrare con un piede particolare dopo un salto, cade quindi in disuso la classica “sforbiciata” e si passa al cosiddetto salto ventrale che è totalmente in voga all’inizio degli anni ’60.

Alle Olimpiadi di Tokyo del ’64 il sovietico Valerij Brumel porta tutti a scuola, un salto perfetto, inavvicinabile per purezza.

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Il nostro uomo, che di nome fa Dick, guarda Brumel e dice

Ma io quanto mai, ma soprattutto “quando mai” potrò saltare così?

E infatti è un modestissimo ventralista, salta più o meno 1,60

Ma dove vuoi andare con quei numeri lì?

da nessuna parte, appunto.

Come tutti i saltatori ha il problema di alzare le benedette anche.

Una volta i suoi compagni di scuola lo sfidarono

Dai saltaci questa poltrona

Ci provò e si ruppe un gomito.

Un giorno però Dick si accorge che per una strana legge fisica, ogni volta che riesce ad alzare quelle benedette anche, anziché andare avanti col corpo, va indietro e siccome è un ottimo ingegnere butta giù uno schizzo sulla carta e pensa

E se provassi a saltare nell’altra direzione, ovvero verso la nuca, senza vedere l’asticella?

Lo chiede al suo allenatore, la risposta è

Guarda, già sei scarso a saltare, questa è una scorciatoia per fallire definitivamente e passare all’ingegneria che sarà per forza l’unica cosa che farai bene nella tua vita

ma Dick, da buon ingegnere, non ci crede

Si mette a disegnare e immagina una parabola verso l’alto, completamente opposta alle leggi della fisica.

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Ci prova e la prima volta che salta con quel sistema guadagna subito 40 cm rispetto al salto ventrale.

Forse l’ingegnere tutti i torti non li ha.

Diventa un buon saltatore in alto e grazie ai trials si qualifica per le Olimpiadi di Città del Messico ’68, che sono tra le più turbolente della storia.

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Molti atleti cercano di abbandonare la città, un po’ per lo smog, un po’ perché la polizia spara per le strade per reprimere i movimenti studenteschi giovanili e non necessariamente giovanili in corso.

Dick trascorre la notte prima della gara davanti alla grande piramide di Teotihuacan, a pochi chilometri da Città del Messico. Ci và con un’altra atleta americana, un po’ di vino, un po’ di birra, un falò, si socializza un po’, un po’ di più e poi ancora di più, notte perfetta.

Il giorno dopo si presenta in pedana, la gente ride, ma perché ride? Molto semplice, ha due scarpe di colore diverso, una è bianca e una è blu e al primo salto la sua rincorsa è del tutto anomala, anziché andare verso l’asticella, va esattamente dall’altra parte, poi una strana elissi e un salto all’indietro, sulla schiena.

Quando però atterra sui grandi materassi non ride più nessuno, ride lui, 2,28, record olimpico e medaglia d’oro.

Il cognome, lo avrete intuito, era Fosbury, il salto in alto da allora in avanti non conoscerà tecnica diversa dal Fosbury Flop, il salto alla Fosbury.

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A tu per tu con la leggenda

La religiosa attesa addolcita dalle fragole con panna, l’avvio in salita, la prima interruzione per pioggia e l’incontro con Clerici, il miracoloso recupero e l’abbraccio con uno sconosciuto tifoso inglese sul punto che regalò il quinto…il mio racconto di Wimbledon 2008

Se pensare di varcare la soglia dell’All England Club può essere per un appassionato di tennis un desiderio prima o poi realizzabile, pensare di farlo nel giorno in cui è in programma la finale maschile di Wimbledon lo è già un po’ meno. Se poi nella finale si affrontano il numero 1 e 2 del mondo e uno dei pretendenti al titolo è il tuo giocatore preferito di sempre, allora siamo davanti a qualcosa di unico e indimenticabile.

All’alba di sabato 5 luglio 2008 un volo low-cost Bergamo-Londra mi proietta nell’atmosfera cool e glamour che solo questa meravigliosa città è in grado di offrire.

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L’appuntamento è fissato per le 14 al gate numero 5 di Church Road. Entro in un gabbiotto senza fare code che già mi sembra un privilegio e quando faccio il mio nome l’incaricata mi mette di fronte a una macchina fotografica. In meno di due minuti il mio facciotto è stampato su un pass grazie al quale potrò accedere al ground, praticamente tutta l’area di Wimbledon, compresa la famosa Henman Hill e 16 campi periferici, per il Centre Court bisognerà organizzarsi all’italiana anche se gli inglesi sono tosti per tradizione.

Ho sempre considerato questo posto come il Tempio Sacro del tennis, mi muovo con discrezione, estasiato alla vista dei primi campi verdi e anche se spelacchiati dopo due settimane di tortura, sentirne il profumo d’erba è un’esperienza sensoriale.

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Lasciato sulla destra l’ingresso principale del Centre Court costeggio l’edificio e imbocco il vialetto che piegando verso sinistra porta alla Henman Hill. Prima però è tempo di infilarsi su per le scale dell’impianto dove sta andando in scena la finale del torneo femminile, il derby tra le sorelle Williams, Venus vs Serena. Arrivato in cima attendo con pazienza che il gioco si fermi per chiedere alla guardia del servizio d’ordine la cortesia di farmi scattare una foto dall’interno. La guardia è gentile e mi fa accomodare, please.

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Provo una sensazione di stupore, sembra di stare affacciato da un balcone direttamente sulla storia e sulla tradizione di questo sport, tutto è luminoso, complice la bellissima giornata, tutto è in perfetto ordine, sobrio, in una parola, magico.

Dò un occhio al punteggio sul tabellone, Venus conduce 5 a 4, time, il gioco riprende, ringrazio la guardia e torno al mio posto. Sulla parete di fronte un poster gigantesco  ritrae il progetto della copertura che dal prossimo anno garantirà lo svolgimento degli incontri sul Centrale anche in caso di pioggia, ergo avremo sempre la finale maschile di domenica, la variabile meteo non è più contemplata.

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Nel frattempo si è fatta l’ora di incontrare il mio benefattore, l’uomo grazie al quale mi sono precipitato quì una volta avuto il suo via libera.

Stefano M. mi attende in fondo alla scale che portano allo studio televisivo dal quale lavora.

La chiacchierata è piacevole anche perché si parla delle nostre passioni, il tennis e il giornalismo, lui ne ha fatto una professione, io no, ma una passione è pur sempre tale e va assecondata anche se nella vita si è intrapreso un altro percorso.

Da persona cortese qual’è Stefano all’improvviso mi chiede

Ti andrebbe di visitare il nostro studio?

Non me lo faccio ripetere e per la seconda volta nel giro di pochi minuti mi trovo a strabuzzare gli occhi dalla meraviglia.

Da perfetto padrone di casa Stefano mi introduce ai colleghi che stanno lavorando per intervistare quella che nel frattempo si è laureata campionessa di Wimbledon per il secondo anno consecutivo, Venus. Poi è la volta di un altro personaggio familiare a me caro, anzi carissimo, il buon Massimo M., molti di voi lo riconosceranno nella foto anche se ne conoscono più facilmente la voce.

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Niente male come primo giorno, mi addormento cullato da uno speciale in tv sulla Coppa di Wimbledon, chissà a chi la consegnerà domani il Duca di Kent.

Domenica 6 luglio, il tempo è un po’ nuvoloso, un classico per Londra.

Arrivato a Church Road iniziano a cadere le prime gocce, anche i campi secondari vengono coperti dai teloni.

Poi fa capolino il sole, un classico pure lui e con il sole ci si scalda un po’ tutti, Rafa Nadal in particolare.

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Di Roger Federer nemmeno l’ombra, qualcuno giura di averlo visto, qualcuno mormora che si è allenato su un campo all’esterno di Wimbledon, sta di fatto che la sua entità rimane astratta dal contesto rispetto al rivale spagnolo.

Lo vedremo materializzarsi sul Centrale più tardi, si ma a che ora?

La finale è in programma per le 14 ore di Londra, ma Radio Wimbledon ha già annunciato che ci sarà uno slittamento di mezz’ora. Ne approfitto per gustarmi le celeberrime fragole con panna che qui sono un must prima di accomodarmi sulla Henman Hill e godermi l’avvicinamento alla finale sul maxi-schermo.

C’è grande attesa e grande equilibrio per la sfida annunciata come la madre di tutte le partite. E’ la sesta finale Slam tra Federer e Nadal e il bilancio è composto da due vittorie per il primo, tutte quì a Wimbledon e tre per il secondo, tutte sulla terra di Parigi, l’ultima lo scorso 8 giugno, ed è stato un massacro.

Finora nessuno dei due è riuscito a vincere in “casa” dell’altro, ma Nadal ha dimostrato grandi miglioramenti e si è avvicinato tantissimo al Federer su erba strappandogli un set in finale nel 2006 e due nella finale 2007 quando andò ben due volte 15-40 sul servizio dello svizzero al quinto.

Si gioca per la storia, il sesto Wimbledon per Roger, mai nessuno ci è riuscito, o il primo per Rafa.

Smette di piovere e alle 14.35 il match può avere inizio.

Il primo punto è l’emblema di quello che ci attende, quattordici colpi di un’intensità straordinaria e dritto lungolinea vincente di Nadal, gli spagnoli assiepati sulla collinetta esultano numerosi.

Al terzo game arriva il break decisivo del set che si chiude sul 6-4 in 48 minuti. Ne basteranno altrettanti allo spagnolo per vincere anche il secondo con lo stesso punteggio.

Federer soffre maledettamente Nadal, questa è la verità inconfutabile dopo i primi due set e dopo la finale del Roland Garros. Rafa lo mortifica, gli toglie i tempi di gioco, rimanda tutto dall’altra parte, rompe i suoi schemi.

Non ce la faccio a stare quì seduto inerme a vedere il mio campione così in difficoltà.

E’ ora di mettere alla prova l’inflessibilità degli inglesi, sono a due passi dal Centrale, se sofferenza deve essere voglio toccarla con mano, sentirla dal vivo dell’azione.

Rompo gli indugi, risalgo le scale del Centre Court e mi piazzo davanti a uno dei tanti ingressi che circondano il terreno di gioco. La guardia di servizio ne ostruisce la visuale ma con un pò di pazienza ce la si può fare.

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Dal vivo è tutta un’altra cosa. Chiudo gli occhi. Il rumore della pallina che esce dalla corde della racchetta di Roger è pura armonia, è sweet swing, è una frustata liquida, ritmata.

L’impatto di Rafa è decisamente più possente, più potente, intimidisce.

Passano i minuti e Roger lentamente, a poco a poco, ritrova il suo tennis, inizia a danzare sull’erba, trova più spesso la rete, ma sul 5-4 la pioggia impone a tutti di andare a prendere un tè, d’altronde sono le 17 in punto.

Scendo nel vialetto, ho bisogno di far sbollire la tensione. E’ qui che faccio l’incontro con lo scriba, Gianni Clerici, che insieme a Rino Tommasi sta commentando la finale in diretta tv. Passo veloce, zainetto in spalla, mi affianco per complimentarmi con lui e al momento della stretta di mano mi dice

Ah è venuto anche lei ad assistere alla sconfitta dello svizzero?

Ma come? Abiti in Svizzera, ti sei sempre professato amante del bel gioco di Federer e non mi concedi nemmeno la speranza di una rimonta? Uomo di poca fede o saggezza di giornalista che ne ha viste e commentate tante?

Alle 18:10 Federer e Nadal tornano in campo ed è subito tie-break, lo vince Roger per 7 punti a 5.

C’è vita oltre che speranza.

Il quarto set scorre via sul filo dell’equilibrio, nessuno arretra di un millimetro, ma la buona notizia è che Federer è tornato in partita, si va al tie-break, di nuovo.

Nadal sale 4-1 e 5-2 con due servizi a disposizione, ma sul più bello si smarrisce, commette un doppio fallo, si offre alla risposta dell’avversario senza la consueta cattiveria e in men che non si dica Roger si ritrova 6-5 a proprio favore.

Accenni di umanità da parte dello spagnolo che però riesce a ribaltare ancora una volta la situazione e a portarsi a un solo punto dalla conquista del torneo sul 7-6.

Federer annulla il match point con un servizio vincente, 7-7

Lo scambio successivo viene chiuso con uno straordinario passante di dritto da parte di Nadal che colpisce in allungo e in precario equilibrio dopo il profondo attacco di Federer. 8-7 Nadal e secondo match point della partita, questa volta con il servizio a favore.

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E’ qui che viene fuori l’immensa classe di Roger Federer.

Messo all’angolo da un attacco in diagonale a uscire, lo svizzero impatta di rovescio, il colpo meno sicuro del suo repertorio,  mandando la pallina a morire all’incrocio delle righe. E’ 8 pari.

Esplodo in un c’mon urlato a squarciagola e mi ritrovo abbracciato a un tifoso inglese che come me ha bisogno di lasciare andare la tensione accumulata.

Ma non è finita. Sul colpo successivo Federer si apre bene il campo per poi chiudere con un dritto vincente e si guadagna nuovamente la palla del set, che chiude con un servizio vincente. E’ di nuovo abbraccio con il tifoso. La finale di Wimbledon 2008 verrà decisa al quinto set.

Mi precipito giù per le scale, ho bisogno di prendere ossigeno, poi torno su.

Sul 2-2 e 40 pari c’è una nuova sospensione per pioggia, sono le 19:50 e si è giocato per quasi quattro ore, ma quando finisce, se finisce?

Quando si torna in campo, mezz’ora dopo, preferisco rimanere giù, non ce la faccio più a guardare, passeggio nel vialetto semideserto lungo tutto il perimetro dell’edificio.

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Non sono nervoso, ma in una sorta di trance meditativa. Ci esco per un istante soltanto quando su uno dei tabelloni elettronici che riempiono l’impianto appare il punteggio di 30-40 sul servizio Nadal con Federer in vantaggio 4-3.

E’ un attimo, penso

eccolo, è il momento che aspettavo

trattengo il respiro, ma è tutto inutile, 40 pari e di lì a poco 4 pari.

Dal rumore del pubblico capisco che si va avanti sul filo dell’equilibrio fino a quando un urlo più fragoroso mi travolge, seguito dagli incitamenti a Rafa, è arrivato il break, ora toccherà allo spagnolo servire per il match.

Ancora urla, incitamenti ora per l’uno ora per l’altro, “non è finita”, poi il boato, lungo, travolgente, definitivo. Capisco che abbiamo perso.

Alle 21:15 Rafa Nadal chiude gli occhi e si sdraia esausto sul campo di battaglia, ha compiuto l’impresa di battere Roger Federer a Wimbledon.

Sono già per strada, sulla via del ritorno le luci del tramonto londinese all’orizzonte fanno da sfondo al mio stato d’animo diviso a metà tra la magia a cui ho assistito e la delusione per l’abdicazione del Regno, ma quel che è certo è che oggi si è iniziato a giocare per la storia e si è finito con lo scrivere la leggenda.

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Sono trascorsi dieci anni da quella finale, ancora considerata da molti la partita del secolo. Roger Federer e Rafael Nadal continuano incredibilmente a dominare la scena del tennis mondiale. Una rivalità senza uguali nella storia di questo sport in cui l’uno ha avuto bisogno dell’altro per crescere e migliorarsi e allungare la propria carriera fino a raggiungere vette impensabili, spostando in là ancora una volta il limite del tramonto.

 

 

 

 

 

 

A volte basta un secondo

C’era una volta la “terra degli slavi del sud” e c’era una filastrocca che l’accompagnava sempre che faceva più o meno così:

La Jugoslavia? “Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito”

Quest’ultimo, autentico simbolo vivente della Jugoslavia, fu per alcuni un architetto in grado di tenere unite nazioni differenti attraverso una personalità che a giudizio di altri invece, troppe volte sconfinò nella dittatura e nella repressione.

Dato uno scenario simile, la storia che stiamo per raccontare non poteva che essere caratterizzata in senso totale da un sentimento di unione e di fratellanza interrotto per sempre all’ombra delle bombe che dilaniarono la Jugoslavia a partire dagli anni novanta.

Protagonisti di questa storia due tra i più illustri cestisti mai prodotti dal movimento balcanico, uno croato, l’altro serbo, Drazen Petrovic e Vlade Divac.

Drazen Petrovic ha un talento innato che unito ad una maniacale voglia di perfezione, gli permette di dirigere sinfonie uniche sui parquet di tutta Europa al punto da meritarsi il soprannome di Mozart dei canestri.

A Sebenico, dov’è nato nel 1964, ha le chiavi della palestra, si sveglia ogni giorno alle sei del mattino, sistema le sedie sul parquet e inizia a palleggiare, la leggenda vuole che non abbandoni mai l’allenamento senza aver consumato una razione quotidiana di 500 canestri. E’ determinato e il successo non tarda ad arrivare con le maglie del Cibona Zagabria e del Real Madrid, ma ancor più con quella azzurra della Jugoslavia.

Nei ritiri della nazionale gli viene affiancato un compagno di stanza che sembra essere l’esatto opposto di Drazen. E’ un ragazzone di 2,16 che milita nel Partizan di Belgrado, il suo nome è Vlade Divac. I due si completano alla perfezione, Vlade è un burlone, Drazen un introverso, fissato in modo quasi paranoico sul basket e poco altro.

A completare il quintetto base della nazionale ci sono Toni Kukoc, Zarko Paspalj e Dino Radja, giocatori in grado di coniugare ottima tecnica individuale e grande personalità. Sono serbi e sono croati, ma appartengono ad una generazione che ha avuto la fortuna di vivere nella pace e si vede. L’affiatamento che dimostrano quando scendono in campo è tale da renderli pressoché inarrestabili.

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Dopo aver vinto l’argento olimpico a Seul ’88, l’Europeo di Zagabria dell’89 è un vero e proprio show. Vincono tutte le partite con una facilità disarmante, dando l’impressione di vivere davvero un momento spensierato e di parlare una sola lingua, quella universale del basket.

Talmente universale che i confini europei stanno ormai stretti a Drazen e Vlade.

E’ giunto il momento di realizzare il grande sogno americano targato NBA. Il primo finisce a Portland, il secondo a Los Angeles sponda Lakers, alla corte di sua maestà Magic Johnson.

Ma a differenza dell’amico serbo, Drazen non riesce a superare inizialmente il muro della diffidenza americana verso i giocatori europei piombando così in una crescente frustrazione dalla quale Vlade prova a farlo uscire. Tutte le sere lo chiama al telefono per dargli conforto e fargli capire che arriverà il suo momento e quando arriverà, lui dimostrerà anche a “quel” mondo la sua bravura.

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Il rapporto tra Vlade e Drazen si rafforza sempre più, lo zenit giunge a Buenos Aires nel 1990 quando i due si laureano campioni del mondo con la maglia della nazionale dopo aver battuto in finale l’Unione Sovietica.

Ma proprio mentre stanno celebrando la vittoria più grande, accade l’imprevisto che segnerà in maniera decisiva la loro storia.

La partita è appena finita quando un uomo entra in campo tenendo in mano una bandiera tricolore, ma al centro della bandiera non c’è la stella rossa della Jugoslavia, ma lo scudo a scacchi rossi e bianchi, simbolo storico della Croazia, icona degli indipendentisti e dei nazionalisti spinti. Divac gli si para davanti ed evidentemente infastidito dalle parole dell’uomo ancor più che dalla vista della bandiera, gliela strappa dalle mani gettandola a terra.

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La mia reazione non voleva dimostrare di essere contro qualcuno, volevo solo proteggere la mia squadra e far capire che eravamo la nazionale della Jugoslavia e non della Croazia, della Serbia o di un’altra repubblica

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Così Divac spiega quel gesto nel bellissimo documentario Once Brothers (mai più fratelli) edito da Espn, un gesto istintivo basato su buone intenzioni, ma che strumentalizzato ad arte dai mass media diverrà presto il motivo della fine di una grande amicizia.

Petrovic interpreta quel gesto come politicamente offensivo e decide di tagliare per sempre i rapporti con Divac. Vlade lo chiama di continuo per scusarsi, per fargli capire che si sarebbe comportato allo stesso modo anche se si fosse trattato della bandiera della Serbia, Drazen non si degna nemmeno di rispondergli, non vuole sentir più parlare di lui e ogni volta che lo interrogano sul loro rapporto dà una sola risposta

Una volta eravamo migliori amici, ma ora non lo siamo più  

La situazione precipita, con la dichiarazione di indipendenza di Slovenia e Croazia nel 1991 scoppia la guerra civile. L’esercito federale jugoslavo, divenuto esercito della repubblica serba si incarica della repressione, diverse città croate vengono attaccate, la stessa Sebenico non viene risparmiata.

Paradossalmente i due stanno vivendo il momento migliore della loro avventura in NBA. Drazen, nel frattempo trasferitosi alla corte dei New Jersey Nets, trova il minutaggio e la fiducia che gli erano mancati, Vlade trascina i Lakers fino alla finale per la conquista del titolo contro i Chicago Bulls di Michael Jordan.

Ed è proprio contro Michael Jordan che Petrovic guida da capitano la Croazia nella finale Olimpica di Barcellona ’92. Ai Giochi non viene ammessa invece la Jugoslavia. Se gli Stati Uniti sono una squadra di marziani, i croati sono i primi fra gli umani, ma un dubbio resta e resterà in eterno.

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Come eterno resterà il sogno di Drazen di vincere il titolo NBA, proprio ora che è stato inserito nel terzo quintetto di stagione, primo europeo nella storia.

Di ritorno da una partita di qualificazione agli Europei giocata in Polonia, all’ultimo istante decide di non salire sull’aereo con il resto della squadra, ma sull’auto guidata dalla sua ragazza diretta in Germania per trascorrere qualche giorno di vacanza. Drazen si addormenta e non si risveglierà mai più. Un terribile schianto contro un tir stronca la sua vita a soli 28 anni. Lascia orfani la famiglia, di un figlio che apparterrà per sempre anche all’intero popolo croato e il basket, di un giocatore dall’immenso talento.

Ma soprattutto lascia il suo amico Vlade con una ferita che porterà dentro per il resto dei suoi giorni.

Non rivedrò mai più Drazen, non avrò mai la possibilità di parlargli, di spiegargli tutto e di riabbracciarlo come dopo le tante vittorie condivise insieme. Perché io lo so, l’ho sempre saputo, che sbollita la rabbia che una schifosa guerra ci ha fatto provare gli uni per gli altri un giorno sarebbe finita anche l’assurda freddezza e la distanza tra di noi. Invece non sarà più possibile, mai più.

Per costruire un’amicizia ci vogliono anni, per distruggerla a volte basta un secondo.

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Mai più

Impossibile cancellare dalla mente quella sera di maggio di 33 anni fà.
Era stato un giorno bellissimo, in trepidante attesa della finale,
contavo le ore, pochi minuti fecero a pezzi il sogno mentre affondavo nel divano di casa, troppo piccolo forse per comprendere realmente il peso dell’errore a cui niente e nessuno dei miei beniamini malcapitati
avrebbe potuto porre rimedio per il resto delle proprie esistenze.
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Quelle esultanze, quel giro di campo con la coppa si potevano e si dovevano evitare,
lo sanno perfettamente oggi quei miei beniamini
a cui la coscienza non ha dato tregua, ne sono sicuro, in questi lunghi anni.
Quella coscienza che continua a mancare a coloro i quali non perdono occasione per vomitare fango sulla memoria delle vittime, la cui sola colpa è stata di trovarsi lì,
nel posto sbagliato al momento sbagliato
in trepidante attesa della finale dopo un giorno bellissimo.

In punta di piedi

Quando le luci si spengono e il silenzio è dappertutto, si fa luce il profondo attaccamento di un uomo verso tutto quello che lo ha fatto diventare grande

Quasi le due di notte, due come le luci ancora accese al Camp Nou, sul prato verde si staglia la sagoma di un uomo riluttante a lasciare quella che per 22 lunghi anni è stata la sua casa.

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Prima di far scorrere i propri pensieri, ha atteso l’uscita di tutti gli ospiti accorsi a vederlo per l’ultima volta in azione in maglia blaugrana, ed ora se ne stà lì seduto nel cerchio di centrocampo, il luogo in cui si sente più a suo agio, a piedi nudi, quasi a voler amplificare il senso di profondo contatto che lo lega al morbido terreno di questa casa che lo ha accolto ragazzino e che si appresta a salutarlo uomo vincente e di successo.

Eppure Don Andrés Iniesta che riflette sul proprio glorioso passato, in questo stadio così maestosamente vuoto, esprime un profondo senso di solitudine.

Ora che le luci si sono abbassate emerge la fragilità dell’uomo che fà di tutto per non nascondere il sincero amore verso quella maglia che ancora indossa.

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Con il cellulare in mano scatta un’ultima foto nell’oscurità, lui che è abituato a portare la luce alle stelle e a rimanere nell’ombra, ma che da quell’ombra quando è uscito ha brillato di luce propria, una su tutte la finale in Sudafrica nel 2010 contro l’Olanda, arresto e tiro e Spagna sul tetto del Mondo.

Ora è il momento di uscire però, in punta di piedi (nudi) s’intende, quasi a non far sentire il rumore dei passi che lo porteranno lontano da qui, da questo posto chiamato casa per oltre due decenni, verso il quale può essere difficile dire addio, ma che allo stesso tempo lascerà sempre una luce accesa, il faro verso il suo ritorno.

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Mucha suerte Don Andrés

 

 

 

 

Il posto più bello del mondo

Esiste un posto in Italia a cui tutti noi dovremmo essere eternamente grati, un comune di 40 mila abitanti in provincia di Ancona, nelle Marche, proclamato Città europea dello Sport per il 2014.

Il nome di questo posto è Jesi e la sua storia sportiva è indissolubilmente legata a quella della scherma, di cui rappresenta una sorta di Silicon Valley tanto da fregiarsi del titolo di città più medagliata al mondo nella storia delle Olimpiadi con un invidiabile palmarès di 23 medaglie:

14 d’oro, 3 d’argento e 6 di bronzo.

Nove di queste hanno un nome e un cognome che equivalgono a nominare l’atleta italiana più medagliata di sempre: Valentina Vezzali.

Valentina non ha bisogno di presentazioni, è semplicemente un’atleta impressionante, una cannibale, la chiamano “il cobra”, è un fascio di nervi e muscoli letteralmente protesi in avanti verso il raggiungimento del solo obiettivo contemplabile: la vittoria.

Non è simpatica Valentina, il suo è un carattere introverso, ossessionato dai limiti da superare, come lei stessa ama definirsi è un killer che non lascia agli altri nemmeno le briciole.

Vincere mi viene naturale. Da quando ho cominciato a fare gare ho vinto tutto. È nel mio dna. Quando metto la maschera e tiro di fioretto sento l’adrenalina, le emozioni, la grinta, la rabbia, la felicità, che solo lo sport sa dare. Ogni volta che le provo, desidero risentirle ancora.

Dietro questa feroce determinazione si nasconde però una fragilità dettata da un’adolescenza difficile in cui ha dovuto fronteggiare la perdita di papà Lauro quando aveva soli 15 anni, una perdita dolorosa in parte compensata dalla presenza di mamma Enrica, pronta a giocare da quel momento un ruolo fondamentale come donna energica, ma sempre al fianco della propria figlia nella vita fuori e dentro la scherma.

Ed è proprio tra le braccia di mamma Enrica che si conclude la favola che ci apprestiamo a raccontare.

L’Olimpiade è quella di Londra, la quinta per Valentina che appena il giorno prima era stata portabandiera della spedizione azzurra. L’Excel Arena ha da poco visto fallire il suo assalto al quarto oro consecutivo nel fioretto, un addio meno doloroso per noi italiani visto che a batterla è stata Arianna Errigo, ma non altrettanto per Valentina, la sconfitta lei non riesce proprio a metabolizzarla.

Come nella vita però, che si vinca o si perda, bisogna andare sempre avanti e sulla strada per il bronzo ora Vale deve vedersela con la sudcoreana Nam.

Neanche il tempo di iniziare che la sfida è già in salita, a venti secondi dalla fine il punteggio recita Sud Corea 12 – Italia 8

Ormai non ci sono più possibilità” esclama il telecronista

13 secondi

direi che quattro stoccate in tredici secondi o sei...” o sei Valentina Vezzali appunto, 12-9

passano altri quattro secondi, l’attacco è simultaneo, la priorità è di Valentina, 12-10

Si tolgono entrambe la maschera, la Vezzali ha il viso trasfigurato dalla tensione emotiva, lo sguardo fissa un punto lontano che soltanto lei sembra sapere dove si trovi.

Vive semplicemente nel “qui e ora”

Alè, e il duello riparte

La Nam è costretta a indietreggiare in fondo alla pedana, Valentina tocca quando mancano ancora 5 secondi sul cronometro, 12-11

Si scalda tutto il pubblico, può diventare ancor più leggenda di quanto già non lo sia

Avanti, avanti, la Nam va fuori, manca un secondo soltanto ma Vale è un flash e tocca,

fantastica, spaziale, strepitosa! Ma come fà?

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Tutto il pubblico urla “Vale, Vale”, ma è già tempo di extra time.

Ora è calato un silenzio spaventoso

Chi mette a segno la stoccata vince

Ma se ti chiami Valentina Vezzali non puoi che metterla Tu a segno la Stoccata.

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Parata, risposta vincente e urlo liberatorio.

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Piegata sulle ginocchia, con la punta del fioretto che guarda verso l’alto,

parte un bacio alla pedana e uno verso il pubblico che ha assistito a qualcosa di

inenarrabile.

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La grandezza di un atleta e dei suoi valori umani si misura ancor più dai momenti difficili che da quelli in cui le cose vanno per il verso giusto.

E’ stato difficilissimo, ho tirato col cuore e alla fine la medaglia l’ho portata a casa. Mi dispiace non aver tirato fuori quello che potevo quando dovevo, ma la scherma è fatta così e chi vince ha sempre ragione.

Piange Valentina e per nascondere le lacrime e il suo lato più fragile sceglie le braccia di mamma Enrica, sceglie il posto più bello del mondo.

2018-05-12 (2)

 

 

 

Come se fossimo Ayrton

L’articolo che leggerete non è mio, mi ci sono imbattuto quasi per caso nelle mie letture in rete, non avrei saputo rendere omaggio alla memoria di Ayrton meglio di così, io che quando era in vita non avevo compreso appieno la sua grandezza come uomo prima ancora che come pilota.

“Che strano il paddock, me lo ricordavo diverso.
C’è un gran rumore, ma non proviene dai motori. Dicono si chiamino hospitality, strutture enormi, colorate e chiassose con un sacco di gente danarosa dentro che di formula 1 non ne capisce granché.

Me li ricordo diversi anche i box; erano sporchi, a terra trovavi sempre olio e dovevi stare attento a non inciampare in qualche chiave inglese lasciata lì da uno dei meccanici.
Ora sono pulitissimi, perfetti, sembrano sale operatorie; sono anche salito in macchina, mi sono tolto uno sfizio, su quella rossa, proprio quella che ai miei tempi non potei guidare mai.

Si sta davvero comodi ora, lo sterzo è leggerissimo, ergonomico, ai miei tempi finivamo i gran premi con le mani distrutte, nel migliore dei casi tornavamo a casa con i calli scoppiati e nel peggiore beh, non potevi prendere in mano una lattina di birra per una settimana.

Mi manca il rumore, quello che come un pugile sguaiato ti assaliva alla schiena, devastandoti i timpani; non lo cambierei con nient’altro. Ora si sente il pubblico anche dall’abitacolo tanto è forte il silenzio. Le vibrazioni non ci sono quasi più e il collo lo si può persino riposare appoggiando la testa ai lati della scocca.

Si allenano tanto i piloti e sinceramente non ne avrebbero così bisogno; anche io mi allenavo tanto, ma nonostante ciò a fine gara ero stremato, sofferente, invecchiato.
Ora li vedo rilassati, riposati, belli; forse perchè sanno che in caso di errore hanno tantissimo asfalto da sfruttare per fermarsi o tornare in pista.

Io purtroppo tutto quello spazio non ce l’ho avuto.
E ogni tanto ci ripenso.
A quella folla di Imola, a Roland, a Schumi dietro di me e a quello sterzo che di colpo, a 300 all’ora si stacca.

Ci fosse stata una via di fuga come quelle di oggi mi sarei fermato, sarei sceso incazzato come non mai, avrei scaraventato a terra lo sterzo rotto e sarei tornato ai box in moto.
Chissà, forse avrei preso per il collo Adrian Newey urlandogli assassino; poi sarei andato da Jean Todt e gli avrei detto che avrei firmato in bianco per la Ferrari. Immediatamente.

Via, lasciamo stare, meglio scendere da questa macchina, non fa per me. A me piaceva l’odore di benzina, il rumore assordante, il pedale della frizione, il volante granitico.
A me piaceva sfiorare i muri sfidando Prost a chi aveva gli attributi più grossi.
Come diceva Gilles, ne avevo bisogno come dell’aria che respiravo.

Non c’entro nulla io con tutto ciò, e forse non c’entra nulla nemmeno la gente là fuori, sulle tribune.
Loro vogliono me, ancora. Non questo circo addomesticato.

Me ne torno lassù, a divertirmi con Gilles, Jim e gli altri.
Sapeste quanto ci fa sentire vivi l’odore di benzina.”

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(fonte http://www.storiedisport.com/come-se-fossimo-ayrton/)

Ciao Ayrton e salutami Fabio