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Non giocare

Mancano poche ore alla partita di tennis più importante della mia vita: il quarto turno degli Us Open…durante il Labor Day…il compleanno di mio padre…sull’Arthur Ashe…sulla CBS…contro Roger Federer. Mi separano poche ore dal giocare contro il più grande tennista di tutti i tempi, per avere l’opportunità di ottenere il mio miglior risultato di sempre, in quello che è il mio torneo di tennis preferito. Poche ore mancano alla partita per cui ho lavorato e ho fatto dei sacrifici, per un’intera carriera.

Non posso farlo.
Non posso farlo, davvero.
Primo pomeriggio; Sono nella macchina che mi porterà ai campi di gioco. Sto avendo un attacco d’ansia.

In realtà, sto accusando diversi attacchi d’ansia- inizialmente, uno ogni 15 minuti ma poi uno ogni 10 minuti. La mia mente comincia a perdere il controllo. Sto andando fuori di testa. Mia moglie mi chiede: “Cosa possiamo fare? Cosa possiamo fare? Come possiamo migliorare la situazione?”
Io le dico la verità: ” L’unica cosa che mi fa sentire meglio in questo momento…è l’idea di non giocare questa partita.”
Lei esita, mi guarda per un secondo, per cercare di capire se fossi serio. Sono serio. Qui, non sono io che penso – sono io che reagisco, provo, cerco di sopravvivere. Lei mi risponde semplicemente: ” Bene, non dovresti giocare. Non devi giocare. Non giocare.”

Il mio disturbo d’ansia è cominciato nel 2012, durante quello che doveva essere il momento più alto della mia carriera. Ero alla fine di un lungo percorso – iniziato anni fa- e i risultati cominciavano ad arrivare. Nel 2009, qualcosa mi ha fatto aprire gli occhi, un punto di svolta. Fino ad allora, avevo avuto una bella carriera. Una carriera che, per molti versi, mi rendeva orgoglioso: avevo vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi del 2004, avevo ottenuto buoni risultati nei tornei dello Slam, avevo visto il mondo, fatto una buona vita. Nulla che, però, avesse un sostegno alla base.

Mi ero appena sposato, la mia prospettiva stava cambiando, crescendo. Proprio in quel momento, ho cominciato a ragionare come non avevo mai fatto prima…ho pensato che aver fatto una “bella” carriera non era abbastanza per me. Non ero finito. Volevo
ancora essere protagonista nel mondo del tennis. E la cosa più importante, adesso o mai più.

Ho cambiato la mia dieta, il mio stile di vita e, onestamente, tutto il mio modo di pensare. Sono passato da 91 chili a 78. Avevo trovato il mio “peso da combattimento”, non sapevo al 100% dove tutto questo mi avrebbe portato, ma sapevo che dovevo scoprirlo.
Nel 2010, ho cominciato ad ottenere i risultati. Ho battuto Andy Murray a Miami in due set – un risultato che non avrei mai potuto ottenere un paio di anni prima. Al Roland Garros, ero stato in grado di giocare due partite consecutive, da cinque set ciascuna- perdendo la seconda partita 10-8 al quinto dal numero 14 al mondo, Ivan Ljubicic, ma giocando ad un livello fisico mai raggiunto prima. Ho vinto due tornei di fila quell’estate, a Newport e Atlanta – battendo John Isner in finale ad Atlanta nel bel mezzo di un’ondata di caldo. Ho perso la finale a Cincinnati contro Federer per 6-4 al terzo, un match che avrei potuto facilmente vincere. Ho battuto Andy Roddick, il quale, in precedenza, mi aveva sconfitto per otto volte consecutive.

Il 2011 è stato anche migliore. Ho ottenuto i miei migliori risultati al Roland Garros e a Wimbledon. Superai Andy in classifica, uno dei miei migliori amici, e diventai il numero 1 d’America. E poi – forse la cosa più bella di tutte- sono entrato ufficialmente in Top10. Il 2012 era dietro l’angolo ed io ero numero 8 in classifica. Avevo raggiunto quello per cui avevo lavorato negli ultimi anni. Non ero più uno “degli altri ragazzi sul circuito” ma avevo raggiunto l’èlite.

Ed è in quel momento che cominciarono gli attacchi d’ansia. L’ansia è difficile da individuare in una prospettiva di causa-effetto, ma quando penso alla sua genesi, nel mio caso, un paio di cose mi vengono in mente.
La prima è che le mie aspettative cambiarono, sia esternamente che internamente, insieme alla mia classifica. La mia insoddisfazione con la situazione precedente – che era stata utile quando davanti a me c’erano 20 giocatori in classifica- era diventata stressante, distruttiva, ancor di più quando mi sono ritrovato ad avere davanti solo sette giocatori.
L’idea che non ero bravo abbastanza, ha avuto una grande influenza su di me – mi ha spinto, in un’età in cui la carriera di molti giocatori va’ a scemare, a dei risultati incredibili. Ma tutto è diventato anche difficile da controllare. Oggettivamente, stavo andando alla grande. E guardando indietro, avrei dovuto essere in grado di dirlo a me stesso. Ma andando alla grande, la mia mente non aveva avuto il tempo di elaborare quanto stava accadendo. Ero solo concentrato sul fare ancora meglio. E’ stata un’arma a doppio taglio.

La seconda cosa è che ho cominciato a soffrire di aritmie cardiache. Un’aritmia è fondamentalmente un malfunzionamento dell’elettricità intorno al cuore. Il mio cuore poteva “impazzire” e io non sarei stato in grado di gestirlo. E’ stato spaventoso. Mi sono preso una pausa e mi sono sottoposto ad una procedura correttiva chiamata ablazione, dopo la quale stavo apparentemente bene.
Quando sono tornato in campo quell’estate, durante il periodo di Wimbledon…in quel momento ho cominciato ad avere dei pensieri strani. Pensieri ansiosi. Era come se fossi preoccupato per qualcosa che stava per accadere ma poi non accadeva mai. Penso che dietro questi pensieri, ci fosse il trauma del problema avuto al cuore.
Avevo difficoltà a dormire. Non riuscivo a dormire da solo. Avevo bisogno di mia moglie, sempre. Dovevo avere qualcuno con me nella stanza. Fino ad allora, ero stato il ragazzo che amava stare da solo, viaggiare da solo, la solitudine. Quella sensazione di spegnere il telefono durante un lungo viaggio…mi faceva sentire in pace. Adesso, invece, non potevo più viaggiare da solo. I miei genitori hanno dovuto viaggiare con me. Avevo bisogno
di persone intorno a me, in ogni momento.
Nonostante tutto questo, ho continuato ad avere questi…pensieri. Questa ansia. Questa terribile confusione mi aveva consumato. E gli attacchi continuavano…sempre…peggio.

Ironia della sorte, non avevo alcun tipo di problema in campo. Riuscivo ad ottenere dei risultati: quarto turno a Wimbledon, quarti in Canada e Cincinnati. Stavo giocando bene. Questo problema esisteva solo fuori dal campo e si stava aggravando.
Questi pensieri continuavano ad essere lì, presenti, ed erano sempre più frequenti: da una volta o due al giorno, ad una manciata di volte al giorno e, a fine estate, ogni 10-15 minuti. Una volta tornato in hotel, su Google ho digitato “disturbo d’ansia”, “attacchi di panico”, “depressione”, ” salute mentale”, ma in realtà non sapevo nulla di tutto ciò. Non sapevo cosa fare. Non avevo la minima idea.

Almeno, mi sono detto, non mi accade nulla in campo. Poi, è successo in campo.
Era il 2012, fine estate. Dovevo giocare una match serale contro Gilles Simon – una testa di serie più alta di me ma stavo giocando bene. Mi sentivo fiducioso. Gli incontri notturni agli Open sono riservati alle partite migliori ma anche ai giocatori preferiti dal pubblico, a quelli che la gente vuole vedere.
Io ero uno di quelli. Dopo anni e anni trascorsi ad essere fuori da quella cerchia, ora ne facevo parte. Non stavo giocando la partita di qualcun altro. Stavo giocando “La partita di Mardy Fish”.
E’ stato speciale ma anche stressante. La partita è stata davvero emozionante. Sono stato al limite per tutta la partita: mi incoraggiavo, gettavo la racchetta e mi sentivo ansioso…angosciato.

Non dimenticherò mai quando sono stato vittima del primo, e unico, attacco di panico su un campo da tennis. Ero due set a uno, 3-2 nel quarto. Con la coda dell’occhio, ho guardato l’orologio. Ho visto che era l’1.15 di notte. Non so dire la ragione ma ne avevo abbastanza. E’ stato il campanello d’allarme.
La mia mente cominciava a precipitare in una bolla di pensieri: 1.15. O mio Dio, è tardi. Mi sentirò male domani. Stiamo giocando una partita lunghissima, devo ancora fare la conferenza stampa, poi lo stretching, devo mangiare, mi sentirò male…
Ad un certo punto, non riuscivo a controllare tutto questo. Non avevo idea di cosa mi stesse accadendo. Nessuna idea. Non ricordo nulla. In qualche modo, sono riuscito a vincere tre game di fila, il set e la partita. Ma non ricordo come.

Ricordo l’intervista post- partita. Justin Gimelstob mi stava intervistando, lui è un buon amico. Ricordo di averlo guardato in faccia, prima che cominciasse a parlare, dicendogli di sbrigarsi, di fare in fretta. Justin non aveva idea di cosa stessi parlando. Ma io continuavo a dirgli “Per favore in fretta. Ti prego sbrigati. Devo andarmene, devo lasciare il campo”.
Una volta che tutto questo era accaduto in campo, sapevo che nulla sarebbe stato più come prima. Poi due giorni dopo, tutto è tornato.

Eravamo in macchina, avrei dovuto giocare contro Roger- i miei pensieri erano pieni di terrore. Mi accadrà di nuovo in campo? Mi verrà un nuovo attacco di panico davanti a migliaia di persone? I pensieri continuavano a perseguitarmi, non si fermavano.
Continuavano ad offuscare la mia mente. Ero in una situazione molto brutta.
Mia moglie continuava a guardarmi e ripeteva: “Non devi giocare. Non devi giocare. Non giocare.”
La ascoltavo ma in realtà non la ascoltavo. Stavo pensando. Posso davvero non giocare questa partita? Non riuscivo a pensare ad altro. Ma, alla fine, ho prestato ascolto a mia moglie. Non giocare. Lo ricordo ancora in maniera molto viva. O mio Dio, pensavo…sto per non giocare questa partita. Non ho intenzione di scendere in campo di fronte a 22.000 persone.
Non voglio giocare contro Roger.
Non ho giocato contro Roger ma poi non ho giocato affatto.

Tre anni dopo, sono tornato agli Us Open per la prima volta. Penso che posso ancora giocare ad un livello molto alto, questo sarà il mio ultimo torneo. Dopo l’Open, mi ritirerò dal tennis.
Questo non è un film sullo sport, e certamente non ci sarà un finale da film. non andrò via, alzando il trofeo al cielo. Non vincerò il torneo. Ma va bene, perchè onestamente questa non è una storia di sport. Penso sia importante che la mia storia non sia in un libro di sport. Non ho “mollato la presa” nel secondo atto e non vincerò nel terzo atto.
E’ una storia di vita.
E’ la storia di un problema mentale che mi ha allontanato dal mio lavoro. Sono passati tre anni, e sto facendo questo lavoro di nuovo, e lo sto facendo bene. Sto giocando di nuovo lo Us Open.
E’ la storia di come, con la giusta educazione, la giusta mentalità, la giusta cura, si possa riprendere quanto lasciato in sospeso.
Decine di milioni di Americani, ogni anno, combattono con questo tipo di problemi relativi alla salute mentale. Può essere un problema che ti colpisce una volta o, nei casi peggiori, può essere una minaccia per la vita.
Io voglio aiutare con quanto ho raccontato.

Voglio rappresentare una storia di successo, a modo mio. E penso che ritirarmi alle mie condizioni, nel torneo che amo di più, lo sia.
Non è facile parlare di salute mentale nello sport. Non è una cosa percepita come mascolina. Veniamo allenati per essere mentalmente forti. Mostrare le proprie debolezze, ci viene detto, è vergognoso.
Ma io sono qui per mostrarvi le mie debolezze. Non mi vergogno.
Sto scrivendo questo proprio con l’obiettivo di mostrare debolezza. Sto scrivendo questo per dire alla gente che la debolezza va bene. Sono qui per dire alla gente che è normale.
La forza puoi dimostrarla sotto diverse forme.
Affrontare questo problema è forza. Parlare della tua salute mentale è forza. Cercare aiuto e cure, è forza.
E prima della partita più importante della tua carriera, la tua salute è la priorità. Anche questo, è forza.

Per quanto riguarda quello che verrà in futuro, non lo so. Ho 33 anni e so che non sarò bravo a fare qualcosa come lo sono stato giocando a tennis. Ma va bene.
Combatto ancora con la mia ansia ogni giorno. Assumo dei farmaci ogni giorno. E’ tutto ancora nella mia mente. Ci sono giorni in cui vado a letto e penso “Hey, non ho pensato al mio problema nemmeno una volta oggi. Ciò vuol dire che la giornata è stata davvero buona.”
Queste sono delle vittorie per me.

Non c’è alcun torneo per questo problema. Non ci sono quarti di finale, semifinali o finali. Non finirò questo pezzo con una metafora sportiva.
Perchè lo sport finisce con un risultato. La vita, invece, continua ad andare avanti.
La mia, spero, sia solo cominciata.

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L’uomo giusto al posto giusto

La storia di un atleta capace di saltare gli ostacoli con il cuore prima ancora che con le gambe

Se sei nato in terra di Calabria e ti avvicini alla disciplina dell’atletica leggera inevitabilmente dovrai fare i conti con la carenza di infrastrutture adeguate.

Se poi la voglia di correre è così tanta da superare perfino il passo delle tue ambizioni, allora la scelta di lasciare il posto in cui sei nato non potrà che essere obbligata e sarai destinato a ricordare ogni angolo di quella terra con infinita malinconia per il resto dei tuoi giorni.

Nasce così, a Siderno Marina, la storia di uno dei più grandi mezzofondisti che l’atletica azzurra ricordi.

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A 18 anni Francesco Panetta, come tanti suoi coetanei, emigra al nord in cerca di successo. Lo trova a Milano nella gloriosa società della Pro-Patria, ma soprattutto attraverso i consigli tecnici di Giorgio Rondelli, suo mentore e allenatore.

Siamo a metà degli anni ’80 e il movimento dell’atletica leggera italiana vive un periodo di grande splendore. Basti pensare che ai Campionati Europei di Stoccarda ’86, nella specialità dei 10.000 metri uno come Panetta viene escluso dalla lista dei tre rappresentanti che ogni nazione può portare in gara. Gara a cui prendono parte Stefano Mei, Alberto Cova e Salvatore Antibo, primo, secondo e terzo sulla linea del traguardo.

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Panetta “ripiega” così sui 3.000 siepi. La gara a lui non piace molto, per sua stessa ammissione non si definisce uno specialista degli ostacoli, ma è Rondelli a convincerlo.

Disputa le semifinali e viene ripescato con il penultimo tempo, ma ancora una volta è Rondelli a consigliarlo prima della finale

Vai e fai baldoria

Francesco non se lo fa ripetere due volte e tira fuori una prestazione memorabile.

Si piazza in testa al gruppo e dopo un giro e mezzo ha già creato un vuoto di 60 metri che difende fino all’ultimo giro, fino alla riviera, il penultimo ostacolo, quello seguito da una vasca piena d’acqua, scavata all’interno della pista.

L’uscita dalla barriera non è delle migliori,  viene rimontato e superato dai suoi avversari, il tedesco dell’Est Hagen Melzer e quello dell’Ovest Patriz Ilg. Ma con Panetta in pista non è mai finita. Ultimo ostacolo, mancano 50 metri, il ragazzo di Calabria tira fuori tutta la sua tempra e il suo coraggio, rimonta Ilg e si regala un argento a dir poco sognato.

E’ la gara decisiva della carriera di Francesco. Chiuso da compagni di squadra di altissimo livello nelle gare di fondo (5.000 e 10.000 metri), capisce che ha la grande occasione di diventare una star nella specialità delle siepi, nonostante la concorrenza dei temibili keniani e l’avversione per gli ostacoli.

E poi tra un anno Roma ospiterà i mondiali, in un attimo si sente l’uomo giusto al posto giusto.

Prepara in maniera meticolosa l’appuntamento e la sera del 5 settembre 1987 è pronto per prendersi la rivincita su Melzer.

Parte come sempre in testa per avere meno imprevisti possibili nell’affrontare gli ostacoli e a metà gara sente un tonfo alle spalle. E’ il keniano Kipkemboi, il favorito della gara insieme a lui. E’ caduto e si è fermato, mani in testa per la disperazione. Tutto questo però Francesco lo sente e basta, non ha tempo per voltarsi, e poi c’è il megaschermo dell’Olimpico a raccontare visivamente quello che sta accadendo in pista. Panetta cambia strategia in un attimo, capisce che è il momento di fare il vuoto e parte con una progressione implacabile. Il plotone si sfilaccia e quando arriva di nuovo l’ultima barriera dell’ultimo giro, l’avversario è sempre lì ed è sempre lui, Hagen Melzer.

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Ma stavolta l’azzurro ne ha abbastanza per sè e per il suo avversario e chiude agitando il pugno della mano destra mandando in visibilio il pubblico di casa che ricambia con un boato dentro a un mare di bandiere tricolori.

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E’ oro con tanto di record italiano (tuttora imbattuto) 8’08″57, un’emozione impossibile da dimenticare.

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Come se non fosse abbastanza, a quell’oro Francesco ci accompagna anche una medaglia d’argento sui 10.000 metri.

Ma la vita si sa, è fatta di alti e bassi e quando tutti si attendono un’altra magia alle Olimpiadi di Seoul ’88, arriva invece la grande delusione. In finale il campione del mondo tira per 2.000 metri, poi al primo allungo dei rivali si sfila e finisce nelle retrovie, arriva nono. La vittoria va al keniano Kariuki, che precede il connazionale Koech e il britannico Mark Rowland.

Proprio quest’ultimo è il grande rivale due anni dopo, agli Europei di Spalato ’90.

La gara stavolta è tutto un duello tra l’azzurro e Rowland. L’inglese, dotato di lunghe leve, è più a suo agio sugli ostacoli e si vede. Alla riviera dell’ultimo giro guadagna un paio di metri. Panetta non sembra in condizione di attaccare, ma ancora una volta stupisce tutti, dopo l’ultimo ostacolo riesce a pescare dal fondo della sua caparbietà uno sprint che fa sembrare immobile l’avversario.

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Effettua il sorpasso a una velocità doppia, ha addirittura il tempo di guardarsi attorno e alzare le braccia, è Campione d’Europa.

Sarà questa la sua ultima grande vittoria, ma non sarà l’ultima occasione in cui Francesco Panetta farà parlare di se.

Quattro anni dopo, agli Europei di Helsinki, l’azzurro ci arriva con l’esperienza e il carisma di chi ha il compito di condurre alla vittoria i compagni di squadra, gli emergenti Angelo Carosi e Alessandro Lambruschini.

E quando proprio quest’ultimo cade a inizio gara saltando male su un ostacolo, Panetta è alle sue spalle, lo aiuta a rialzarsi e lo incita a non mollare.

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Poco più di cinque minuti e un paio di chilometri più avanti, Alessandro Lambruschini batte in volata Angelo Carosi e si laurea Campione d’Europa succedendo proprio a colui che ha raccolto da terra il suo sogno.

Ma il gesto d’altruismo che si è compiuto in pista è destinato a rimanere nel cuore e nella mente degli appassionati italiani, perchè anche quando non vince Francesco Panetta risponde presente, ancora una volta l’uomo giusto al posto giusto.

Non è una questione di perfezione

Simone Biles ha vinto il suo quarto titolo mondiale in carriera a Doha lo scorso 1° novembre, ma non esattamente nel modo in cui lei o i suoi estimatori speravano.

La Biles è infatti caduta per ben due volte: al volteggio durante la prima rotazione e alla trave nel corso della terza.

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Nonostante tutto è riuscita a raggiungere la vittoria, la quarta nell’individuale, record assoluto, grazie alle eccellenti prestazioni alle parallele e al corpo libero, ma soprattutto grazie a un grado di difficoltà degli esercizi che supera di gran lunga quello delle più dirette avversarie.

Si è trattata di una prestazione tutt’altro che eccezionale, l’americana è stata molto sincera su questo punto:

Mi sento come se le altre avessero meritato un po’ più di me

ha detto nell’intervista post-gara.

La vittoria dipende da quanto sei bravo in quel giorno e oggi non è stato il massimo per me

Sentimenti per certi versi condivisibili quelli della Biles che però non è la prima ginnasta ad aver vinto un titolo mondiale oppure olimpico nonostante una caduta, anche se non è capitato spesso nella storia di questo sport.

È successo nel 2006, durante i primi campionati del mondo in cui venne adottato il nuovo sistema di punteggio aperto, quando Vanessa Ferrari vinse il titolo mondiale nell’individuale dopo una caduta alla trave.

La vittoria fece storcere il naso a coloro i quali ritenevano fosse stata una pessima idea quella di eliminare il vecchio sistema basato sul 10 perfetto.

Con quel sistema ottenere una vittoria dopo una caduta era molto più difficile indipendentemente dal grado di difficoltà degli esercizi. La caduta prevedeva infatti una penalizzazione di mezzo punto, mentre secondo le regole attuali le ginnaste perdono un punto pieno.

La ginnastica è uno sport estetico basato sulle prestazioni. Come tale, le idee di vittoria e perfezione sono profondamente intrecciate tra di loro.

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Le idee di “perfezione” esistono anche in altri sport. Nel baseball ad esempio esiste il cosiddetto “perfect game” quando un lanciatore affronta i 27 battitori e li elimina tutti.

La perfezione è rara e speciale, ma non è affatto una garanzia di vittoria.

Un lanciatore può essere perfetto fino al nono inning e veder sfumare tutto nel decimo.

Certo a Doha nessuno in realtà è stato perfetto o è andato vicino alla perfezione.

Molte delle migliori ginnaste hanno commesso degli errori, magari non così evidenti come una caduta che interrompe una performance.

Cadere è chiaramente un errore più grave, motivo per cui viene applicata una penalizzazione maggiore.

Ma ciò significa perdere automaticamente posizioni in classifica?

E’ vero la maggior parte delle ginnaste non ha il tipo di “paracadute” tecnico che ha la Biles. Se cadono è difficile andare a medaglia.

A volte finiscono sul podio, come Aliya Mustafina nel 2012 quando vinse il bronzo nell’individuale nonostante una caduta. Ma di certo non salgono sul gradino più alto del podio dopo due cadute.

C’è da dire che la Biles è unica in tutto. È capace di svolgere degli esercizi incredibilmente difficili con grande maestria. Ciò non significa che non possa commettere degli errori, d’altronde è umana anche lei.

Di certo non si può pensare di “rubarle” le doti tecniche e quindi sperare di atterrare in piedi dopo alcuni esercizi effettuati con un grado di difficoltà altissimo.

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E’ qui che l’americana fa nettamente la differenza ed è questo il motivo per cui ha dominato gli ultimi cinque anni, non perché ha trovato scorciatoie nel sistema di punteggio, sfruttandole a proprio favore.

Il motivo dei suoi successi consiste nel fatto che la statunitense ha costantemente eseguito la ginnastica più difficile che lo sport femminile abbia mai visto ed è stata brillante nel farlo, sempre.

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Al fine di rendere questa una vera competizione non restano che due alternative:

o tutte le avversarie salgono di livello o ci sarà bisogno di regole diverse solo per Simone Biles.

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Il cigno di Utrecht

Il cigno di Utrecht. Piedi di seta. Il tulipano bianco. L’olandese volante. Questi sono solamente alcuni soprannomi che ancora ricordo di Marco van Basten, un predestinato, nel bene e nel male.

I suoi genitori fin da piccolo iniziano a chiamarlo Marco, un po’ come diminutivo del suo vero nome, Marcel, un po’ come piace pensare a me perché era scritto nel destino che si sarebbe consacrato come centravanti di livello mondiale proprio in Italia. Se poi giochi nell’Ajax ed hai come compagno di allenamenti un certo Johann Crujiff, che sostituisci nella tua partita d’esordio andando in gol, probabilmente non siamo più di fronte a una mera coincidenza, ma a un ideale passaggio di consegne.

Purtroppo Marco van Basten è un predestinato anche nel male. Perché la sua storia è stata tanto bella quanto maledettamente breve, a causa di quella caviglia sinistra che lo ha tormentato per tutta la carriera. Una maledetta cartilagine gli ha infatti fatto trascorrere più tempo sotto i ferri e in riabilitazione che sul campo, costringendolo al ritiro ufficiale a nemmeno 31 anni, dopo un calvario iniziato quando di anni ne aveva solo 28.

Un conto pagato troppo presto e a caro prezzo rispetto al suo smisurato talento. Ogni gol non era mai banale, ogni giocata era una pennellata di Van Gogh. Ed è questo, più ancora dei numeri, che rimane impresso di van Basten a oltre vent’anni di distanza dal suo addio ufficiale al calcio.

Cresce nelle giovanili dell’Utrecht, rivelando da subito un potenziale enorme. Tuttavia, in molti non sono convinti di tesserarlo poiché, sebbene sia molto dotato tecnicamente, è ancora troppo basso e gracile. Nel 1981, a soli 17 anni, supera di poco il metro e sessanta. Ma in poco più di due mesi cresce di oltre 20 centimetri, arrivando a sfiorare il metro e novanta, cui successivamente aggiungerà un bel po’ di chili per proporzionare il tutto.

Diventa il tipico centravanti moderno, alto e forte fisicamente, ma con la rapidità e la padronanza di palleggio negli spazi stretti tipiche dei ‘piccoletti’.

Dal 1982 al 1987 milita nell’Ajax, dove raccoglie il testimone di Johann Cruijff diventando subito un leader. Vince tre titoli di capocannoniere, una Scarpa d’Oro, una coppa delle Coppe, tre campionati olandesi e tre coppe d’Olanda.

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Già un discreto curriculum per un giovane di soli 23 anni, ma la consacrazione definitiva deve ancora venire. Nel 1986 il Milan viene acquistato da un certo Silvio Berlusconi, il quale intende assolutamente riportare il ‘diavolo’ ai vecchi fasti. Per farlo, ovvio, non si può prescindere dall’avere interpreti adeguati. Così ‘il Cavaliere’ e il suo entourage si mettono al lavoro per allestire una squadra competitiva per la stagione 1987-88.

Leggenda vuole che la scelta di prendere van Basten sia avvenuta durante la visione di una videocassetta di Liverpool-Ajax, in cui il giocatore da tenere sotto osservazione doveva essere Ian Rush. Ma fin da subito Berlusconi rimane abbagliato dall’eleganza e dalle movenze dell’attaccante dei lancieri di Amsterdam, e ordina ai suoi di andare in missione per portarlo al Milan.

E’ l’inizio di un ciclo che cambierà la storia non solo del calcio italiano, ma anche di quello europeo e mondiale. Assieme a van Basten, vengono acquistati il connazionale Ruud Gullit, il capitano romanista Carlo Ancelotti e un allenatore semi sconosciuto proveniente dalla serie B col Parma, Arrigo Sacchi. Gli acquisti vanno a completare una rosa già di buon livello composta tra gli altri da Franco Baresi, Mauro Tassotti, Paolo Maldini, Roberto Donadoni e Pietro Paolo Virdis.

Ma pronti via la sfortuna presenta il conto. Dopo essere andato in gol sia in coppa Italia che all’esordio in serie A contro il Pisa (segnando al portiere Alessandro Nista, segnatevi il nome perché ci torneremo più tardi) la caviglia ferma Marco nella gara di coppa Uefa contro l’Espanyol.

E’ necessario l’intervento chirurgico.

Privo del suo centravanti principe, il Milan viene eliminato dalla coppa Uefa e perde quasi subito terreno in campionato dal Napoli di Maradona. Iniziano a circolare le voci su un probabile esonero di Sacchi. Ma il presidente Berlusconi prende posizione e lo fa in maniera autorevole e intelligente (negli ultimi anni, ahimé, verrà più spesso ricordato per uscite inopportune e destabilizzanti).

Riunisce a rapporto la squadra e comunica un messaggio tanto conciso quanto inequivocabile: l’allenatore lo ha scelto lui ed ha il ‘duecentopercento’ della sua fiducia. Chi tiene ai colori rossoneri segua pedissequamente le direttive dell’allenatore, chi invece pensa che i suoi metodi non portino nulla di buono, è libero di farlo, chiaramente lasciando il Milan e i suoi ricchi ingaggi.

E’ il momento di svolta della stagione. A Verona, campo storicamente ostico per il ‘diavolo’, una vittoria per 1-0 con gol decisivo di Virdis dà il via a una rimonta tanto improbabile quanto spettacolare.

E in primavera, quando mancano poche giornate alla fine del campionato, torna a disposizione anche Marco. Milan-Empoli, si gioca a una porta sola: i toscani non solo non oltrepassano la metà campo, quasi non escono dalla propria area di rigore, eppure non c’è verso di fargli gol.

Nel secondo tempo Sacchi manda in campo van Basten.

Dopo sei lunghi mesi, a venti minuti dal termine, l’olandese riceve il pallone al limite dell’area spalle alla porta, finta a sinistra, sposta la sfera a destra e calcia di destro sul palo opposto: rete! Il Milan è vivo e non molla, e ora ha anche un’arma in più nella rincorsa al Napoli che sta perdendo colpi.

Altra tappa di avvicinamento è il derby con l’Inter: un dominio totale rossonero con vittoria per 2-0, strettissima nel punteggio, ma larga, larghissima in campo, tanto da far esclamare al difensore nerazzurro Riccardo Ferri:

‘Scusi arbitro, li può contare quelli del Milan? Perché non sono undici, ma quindici!’.

La ‘resa dei conti’ va in scena al San Paolo di Napoli il primo maggio 1988. I rossoneri seguono i padroni di casa staccati di un solo punto a tre giornate dal termine. Ospiti in vantaggio con Virdis, Maradona poco dopo pareggia con una punizione magistrale.

All’intervallo è 1-1: sta giocando meglio il Milan, ma non conta, conta solo il risultato.

Di nuovo Virdis su cross dalla destra di Gullit per il 2-1. Poi ancora Gullit fa ottanta metri palla al piede saltando gli avversari come birilli, palla in mezzo dove c’è il neo-entrato Marco che di piatto fa 3-1.

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E’ il gol che di fatto vale lo scudetto. Careca accorcia sul 3-2 ma il punteggio non cambierà più. La partita finisce con l’intero pubblico partenopeo in piedi ad applaudire i futuri campioni d’Italia.

Ma la stagione non è ancora finita. In Germania si giocano gli Europei e van Basten è presente con la sua Olanda. Sigla dapprima una tripletta all’Inghilterra, quindi il gol della vittoria contro i padroni di casa della Germania in semifinale.

E’ però nell’atto conclusivo del torneo che va in scena il capolavoro assoluto.

Nel secondo tempo della finale, un cross dalla sinistra raggiunge il vertice opposto dell’area di rigore, dove c’è Marco in posizione defilatissima. Qualunque giocatore normale proverebbe a stoppare il pallone per poi decidere cosa fare, se appoggiarlo in retropassaggio a un compagno o cercare il fondo per un cross in mezzo.

Ma van Basten non è un giocatore normale, si muove come uno che sa già benissimo cosa dovrà fare: al volo, da posizione impossibile, mette il pallone all’incrocio dei pali opposto.

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La traiettoria della sfera è un arcobaleno che va a depositarsi nella rete sovietica per uno dei gol più belli nella storia del calcio. L’Olanda è campione d’Europa e van Basten, già campione d’Italia con il suo Milan, chiude il 1988 col primo dei suoi tre Palloni d’Oro.

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Fedele alla missione indicata da Berlusconi al momento dell’acquisto della società, il Milan dopo l’Italia deve prendersi anche l’Europa e il mondo intero.

Cosa che puntualmente avviene per ben due volte consecutive, nel 1989 e nel 1990. Due coppe dei Campioni, due Supercoppe Europee e due coppe Intercontinentali per chiudere un triennio tanto bello quanto irripetibile.

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All’inizio del 1991 però qualcosa è cambiato. Il rapporto di van Basten con Sacchi, mai stato del tutto idilliaco, sfocia in un vero e proprio muro contro muro.

L’allenatore, ritenendo concluso il ciclo di un gruppo con cui ha vinto tutto, chiede un ricambio di non pochi elementi per continuare a vincere; Marco, che non regge più il sergente di ferro Arrigo, sbotta dicendo al presidente: ‘O me, o lui!’.

La società sceglie van Basten, liberando Sacchi che andrà ad allenare la Nazionale italiana, con la quale raggiungerà la finale dei Mondiali a USA ‘94, persa ai calci di rigore contro il Brasile.

All’inizio della stagione 1991-92 sulla panchina del Milan viene promosso, fra lo scetticismo generale, Fabio Capello. Anche lui è un sergente di ferro, ma capisce meglio di Sacchi di avere in van Basten un valore aggiunto, da tutelare e coccolare. Il risultato? Campionato dominato dalla prima all’ultima giornata, nessuna sconfitta e Marco che mette a referto 25 gol, suo record personale in serie A.

La stagione successiva si apre più che mai sotto il nome dell’olandese. 12 gol nelle prime 11 giornate, fra cui spicca il poker al San Paolo contro un Napoli ormai privo di Maradona. Un mesetto dopo si ripete in coppa Campioni a San Siro contro il Göteborg: di nuovo quattro gol, prima assoluta per un giocatore in Champions League.

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La prestazione fuga ogni dubbio su chi debba essere il vincitore del pallone d’oro 1992, il terzo che Marco mette in bacheca, e pare che non sia ancora finita.

 Purtroppo ‘pare’, perchè il destino ha in serbo altro. Pochi giorni dopo la consegna del premio, si opera ancora. La sua assenza si farà sentire, soprattutto in campionato in cui l’Inter a poco a poco recupera un distacco che pareva insormontabile. Dopo quasi cinque mesi di stop, ad Ancona van Basten mette a segno il suo ultimo gol in serie A.

E a chi lo segna? Vi ricordate Alessandro Nista, il portiere al quale sei anni prima aveva segnato il primo? Proprio lui, quasi come a chiudere malinconicamente un cerchio. Anche quel gol consentirà al Milan di portare a termine vittoriosamente il campionato 1992/93.

Ma c’è ancora un’altra partita che Marco non vuole mancare per nessun motivo: la finale di Champions League contro l’Olympique Marsiglia. E’ più o meno al 50% della condizione ma vuole giocare a tutti i costi e Capello non se la sente di negarglielo: a volte in certe partite l’esperienza e la personalità possono fare meglio della ‘semplice’ condizione fisica. Purtroppo non sarà così.

Lotta su ogni pallone, ma si vede che è lontano parente del giocatore dominante che tutti hanno imparato a conoscere. Ha una sola occasione, ma è bravo Barthez a negargli la gioia del gol, poi, a pochi minuti di una partita che vede gli avversari avanti 1-0, viene sostituito. Esce dal campo scurissimo in volto.

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Pochi giorni dopo la finale, ancora un altro intervento alla caviglia, è il quarto. Salterà per intero le stagioni 1993-94 e 1994-95. La fine in fondo al tunnel sembra intravedersi all’inizio della preparazione estiva della stagione 1995-96, ma è una mera illusione.

Dopo poche settimane di ritiro, giunge alla conclusione di dire basta. Convoca una conferenza stampa in cui dirà ai giornalisti: ‘La notizia è breve….è che semplicemente ho deciso di smettere di fare il calciatore.’ Un brivido. Una pugnalata. Il Cigno di Utrecht non avrebbe più aperto le sue ali, sotto il peso della maledizione di quella maledetta caviglia.

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Pugni neri

I guanti neri degli americani diventati simbolo di protesta, una vicenda che fa riflettere a cinquant’anni di distanza, perchè il razzismo è una battaglia ancora da vincere.

Se per un breve istante provate a chiudere gli occhi e fate scorrere nella mente alcune delle foto che hanno fatto la storia del secolo che ha immediatamente preceduto quello in cui viviamo, tra un bambino che si para davanti a un carro armato e un astronauta che piazza la bandiera americana sulla Luna, è molto probabile che il vostro immaginario rullino si fermi su questa diapositiva

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Da allora sono trascorsi cinquanta lunghi anni, tanti come le discussioni che quel gesto sollevò e continua a sollevare, segno tangibile che la battaglia intrapresa dai protagonisti della nostra storia è ancora lontana dal potersi dire vinta.

Olimpiadi di Città del Messico, 16 ottobre 1968.

Si è da poco conclusa la gara dei 200 metri piani.

L’ha vinta l’americano Tommie Smith davanti all’australiano Peter Norman e all’altro atleta statunitense John Carlos.

Superata la linea del traguardo Smith guarda il tabellone per controllare il tempo, 19″83 nuovo record del mondo, ma anche per capire in che posizione si è classificato Carlos.

Va benissimo così, specie alla luce di ciò che hanno in mente.

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Nello spogliatoio il duo afro-americano prepara i dettagli del piano da eseguire al momento della premiazione, un gesto di protesta a favore dei diritti umani così come ha voluto il proprio mentore Harry Edwards, il sociologo che l’anno prima aveva fondato l’Olympic Project for Human Rights (OPHR), un’organizzazione anti-razzismo nell’ambito sportivo e universitario che aveva minacciato il boicottaggio delle Olimpiadi di Città del Messico da parte degli atleti americani di colore.

Anche se alla fine il boicottaggio non c’è stato, la vetrina olimpica rimane un’occasione unica e irripetibile per rivendicare i diritti della propria gente ed è per questo che ora Tommie e John stanno scegliendo con cura di andare alla premiazione senza scarpe, indossando solo delle calze nere, per rappresentare la povertà degli afro-americani. Carlos, contravvenendo al regolamento olimpico, decide di non chiudere la zip della tuta per poter meglio esibire le proprie collane, simbolo di solidarietà verso il popolo africano.

Smith ha preso un ramoscello d’ulivo, ma al momento di indossare i guanti neri che sua moglie Denise le aveva procurato, si accorge che Carlos ha dimenticato i suoi.

Poco distante Norman, che ha assistito alla scena in modo non del tutto indifferente, decide che è il momento di dare il proprio contributo alla causa dei due, ignaro delle conseguenze che per questo dovrà patire.

Suggerisce a Smith e Carlos di indossare un guanto ciascuno e si procura una spilla dell’OPHR che appunta sulla tuta in segno di, lui che è figlio di genitori impegnati in campagne a favore dei diritti della popolazione aborigena, nonostante la pelle bianca.

Gli atleti vengono chiamati per la cerimonia di premiazione, la tensione è palpabile, temono addirittura per la propria vita, nei giorni scorsi in Piazza delle Tre Culture una delle tante manifestazioni studentesche di questo interminabile ’68 è finita in tragedia.

Nell’ordine Carlos, Norman e Smith salgono sul podio, ricevono le medaglie e si girano verso la bandiera americana in attesa dell’inno.

Quando le note di The Star-Spangled Banner hanno inizio, Smith alza il pugno destro, Carlos il sinistro.

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Solo Norman guarda in faccia la bandiera ora.

Sullo stadio piomba il silenzio, sull’opinione pubblica mondiale il fracasso più totale.

Il Comitato Olimpico Internazionale chiede e ottiene l’esclusione dei due atleti americani dalla squadra nazionale.

E’ l’inizio della controversa vita a cui i tre saranno costretti da ora in avanti.

Smith e Carlos, eroi per la comunità afro-americana, vengono fatti sentire degli estranei nel loro stesso Paese, mentre Norman viene messo ai margini dalla sua Federazione che gli nega la possibilità di partecipare alle Olimpiadi del 1972.

Il destino per tutti pare essere l’oblio, ma è il destino stesso a mettere sulla strada dei nostri protagonisti un personaggio chiave per la trasmissione della memoria del loro gesto. Si tratta di Alfonso De Alba, nato incredibilmente proprio il 16 ottobre 1968, americano di origine messicana e studente all’Università di San Josè, in California, la stessa frequentata in passato da Smith e Carlos.

Un giorno Alfonso si imbatte in una gigantografia di quel podio olimpico e pensa

Ci sono politici che parlano per una vita e non riescono a comunicare neanche vagamente quello che quei due uomini stanno facendo con una fotografia

Da quel momento decide che “quei due uomini” meritano di essere ricordati per sempre.

Il 17 ottobre 2005, dopo innumerevoli tentativi di ostruzionismo, presso la San Josè University si tiene la cerimonia di inaugurazione della statua dedicata a quello storico momento.

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Ci sono tutti, anche Norman.

Il secondo gradino del podio però è stato volutamente lasciato vuoto, un’incisione ne rivela il motivo

Prendete una posizione, non siate indifferenti

Peter Norman la posizione l’ha presa e l’ha difesa sempre nel corso della propria vita, pagandone un prezzo altissimo. Solamente dopo la morte, avvenuta nel 2006, il Parlamento australiano ha riconosciuto il valore del suo ruolo nel promuovere l’uguaglianza razziale e scusandosi per il trattamento ricevuto al suo ritorno in Australia nel 1968.

Lo stesso Alfonso De Alba sconta la sua iniziativa con una serie di accuse infondate e l’allontanamento dall’Università di San Josè.

Nel segno di Smith e Carlos, altri attori dello sport continuano a manifestare apertamente il proprio dissenso con gesti come quello di cui si è reso protagonista Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers che a partire dall’estate 2016 ha deciso di non alzarsi più in piedi durante l’inno americano suonato ad ogni inizio di gara della NFL.

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Oggi Kaepernick è senza contratto, paga la sua presa di posizione di non onorare un Paese in cui la minoranza nera è ancora oppressa.

A distanza di cinquant’anni la battaglia intrapresa da Tommie Smith e John Carlos resta ancora una sfida tutta da vincere anche se il loro esempio ha vinto per sempre.

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Un salto nella storia

Nello sport, come nella vita, anche un singolo momento può cambiare tutto per intere generazioni, a volte per sempre.

La storia del nostro personaggio inizia nell’Oregon, costa Ovest degli Stati Uniti, una delle grandi culle dell’atletica americana.

Si tratta di un ragazzo magro, smunto, di buona famiglia e con la propensione per lo sport. E’ alto quasi 1,90 e vorrebbe giocare a basket, ma fa un po’ fatica perché nei contatti fisici spesso ha la peggio.

Gli allenatori gli dicono

Ma sai che hai un po’ di elevazione? Perché non provi con il salto in alto?

Ci prova, ma non è un granchè.

Dal 1936 il Comitato Olimpico Internazionale ha stabilito che non è obbligatorio atterrare con un piede particolare dopo un salto, cade quindi in disuso la classica “sforbiciata” e si passa al cosiddetto salto ventrale che è totalmente in voga all’inizio degli anni ’60.

Alle Olimpiadi di Tokyo del ’64 il sovietico Valerij Brumel porta tutti a scuola, un salto perfetto, inavvicinabile per purezza.

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Il nostro uomo, che di nome fa Dick, guarda Brumel e dice

Ma io quanto mai, ma soprattutto “quando mai” potrò saltare così?

E infatti è un modestissimo ventralista, salta più o meno 1,60

Ma dove vuoi andare con quei numeri lì?

da nessuna parte, appunto.

Come tutti i saltatori ha il problema di alzare le benedette anche.

Una volta i suoi compagni di scuola lo sfidarono

Dai saltaci questa poltrona

Ci provò e si ruppe un gomito.

Un giorno però Dick si accorge che per una strana legge fisica, ogni volta che riesce ad alzare quelle benedette anche, anziché andare avanti col corpo, va indietro e siccome è un ottimo ingegnere butta giù uno schizzo sulla carta e pensa

E se provassi a saltare nell’altra direzione, ovvero verso la nuca, senza vedere l’asticella?

Lo chiede al suo allenatore, la risposta è

Guarda, già sei scarso a saltare, questa è una scorciatoia per fallire definitivamente e passare all’ingegneria che sarà per forza l’unica cosa che farai bene nella tua vita

ma Dick, da buon ingegnere, non ci crede

Si mette a disegnare e immagina una parabola verso l’alto, completamente opposta alle leggi della fisica.

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Ci prova e la prima volta che salta con quel sistema guadagna subito 40 cm rispetto al salto ventrale.

Forse l’ingegnere tutti i torti non li ha.

Diventa un buon saltatore in alto e grazie ai trials si qualifica per le Olimpiadi di Città del Messico ’68, che sono tra le più turbolente della storia.

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Molti atleti cercano di abbandonare la città, un po’ per lo smog, un po’ perché la polizia spara per le strade per reprimere i movimenti studenteschi giovanili e non necessariamente giovanili in corso.

Dick trascorre la notte prima della gara davanti alla grande piramide di Teotihuacan, a pochi chilometri da Città del Messico. Ci và con un’altra atleta americana, un po’ di vino, un po’ di birra, un falò, si socializza un po’, un po’ di più e poi ancora di più, notte perfetta.

Il giorno dopo si presenta in pedana, la gente ride, ma perché ride? Molto semplice, ha due scarpe di colore diverso, una è bianca e una è blu e al primo salto la sua rincorsa è del tutto anomala, anziché andare verso l’asticella, va esattamente dall’altra parte, poi una strana elissi e un salto all’indietro, sulla schiena.

Quando però atterra sui grandi materassi non ride più nessuno, ride lui, 2,28, record olimpico e medaglia d’oro.

Il cognome, lo avrete intuito, era Fosbury, il salto in alto da allora in avanti non conoscerà tecnica diversa dal Fosbury Flop, il salto alla Fosbury.

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A tu per tu con la leggenda

La religiosa attesa addolcita dalle fragole con panna, l’avvio in salita, la prima interruzione per pioggia e l’incontro con Clerici, il miracoloso recupero e l’abbraccio con uno sconosciuto tifoso inglese sul punto che regalò il quinto…il mio racconto di Wimbledon 2008

Se pensare di varcare la soglia dell’All England Club può essere per un appassionato di tennis un desiderio prima o poi realizzabile, pensare di farlo nel giorno in cui è in programma la finale maschile di Wimbledon lo è già un po’ meno. Se poi nella finale si affrontano il numero 1 e 2 del mondo e uno dei pretendenti al titolo è il tuo giocatore preferito di sempre, allora siamo davanti a qualcosa di unico e indimenticabile.

All’alba di sabato 5 luglio 2008 un volo low-cost Bergamo-Londra mi proietta nell’atmosfera cool e glamour che solo questa meravigliosa città è in grado di offrire.

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L’appuntamento è fissato per le 14 al gate numero 5 di Church Road. Entro in un gabbiotto senza fare code che già mi sembra un privilegio e quando faccio il mio nome l’incaricata mi mette di fronte a una macchina fotografica. In meno di due minuti il mio facciotto è stampato su un pass grazie al quale potrò accedere al ground, praticamente tutta l’area di Wimbledon, compresa la famosa Henman Hill e 16 campi periferici, per il Centre Court bisognerà organizzarsi all’italiana anche se gli inglesi sono tosti per tradizione.

Ho sempre considerato questo posto come il Tempio Sacro del tennis, mi muovo con discrezione, estasiato alla vista dei primi campi verdi e anche se spelacchiati dopo due settimane di tortura, sentirne il profumo d’erba è un’esperienza sensoriale.

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Lasciato sulla destra l’ingresso principale del Centre Court costeggio l’edificio e imbocco il vialetto che piegando verso sinistra porta alla Henman Hill. Prima però è tempo di infilarsi su per le scale dell’impianto dove sta andando in scena la finale del torneo femminile, il derby tra le sorelle Williams, Venus vs Serena. Arrivato in cima attendo con pazienza che il gioco si fermi per chiedere alla guardia del servizio d’ordine la cortesia di farmi scattare una foto dall’interno. La guardia è gentile e mi fa accomodare, please.

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Provo una sensazione di stupore, sembra di stare affacciato da un balcone direttamente sulla storia e sulla tradizione di questo sport, tutto è luminoso, complice la bellissima giornata, tutto è in perfetto ordine, sobrio, in una parola, magico.

Dò un occhio al punteggio sul tabellone, Venus conduce 5 a 4, time, il gioco riprende, ringrazio la guardia e torno al mio posto. Sulla parete di fronte un poster gigantesco  ritrae il progetto della copertura che dal prossimo anno garantirà lo svolgimento degli incontri sul Centrale anche in caso di pioggia, ergo avremo sempre la finale maschile di domenica, la variabile meteo non è più contemplata.

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Nel frattempo si è fatta l’ora di incontrare il mio benefattore, l’uomo grazie al quale mi sono precipitato quì una volta avuto il suo via libera.

Stefano M. mi attende in fondo alla scale che portano allo studio televisivo dal quale lavora.

La chiacchierata è piacevole anche perché si parla delle nostre passioni, il tennis e il giornalismo, lui ne ha fatto una professione, io no, ma una passione è pur sempre tale e va assecondata anche se nella vita si è intrapreso un altro percorso.

Da persona cortese qual’è Stefano all’improvviso mi chiede

Ti andrebbe di visitare il nostro studio?

Non me lo faccio ripetere e per la seconda volta nel giro di pochi minuti mi trovo a strabuzzare gli occhi dalla meraviglia.

Da perfetto padrone di casa Stefano mi introduce ai colleghi che stanno lavorando per intervistare quella che nel frattempo si è laureata campionessa di Wimbledon per il secondo anno consecutivo, Venus. Poi è la volta di un altro personaggio familiare a me caro, anzi carissimo, il buon Massimo M., molti di voi lo riconosceranno nella foto anche se ne conoscono più facilmente la voce.

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Niente male come primo giorno, mi addormento cullato da uno speciale in tv sulla Coppa di Wimbledon, chissà a chi la consegnerà domani il Duca di Kent.

Domenica 6 luglio, il tempo è un po’ nuvoloso, un classico per Londra.

Arrivato a Church Road iniziano a cadere le prime gocce, anche i campi secondari vengono coperti dai teloni.

Poi fa capolino il sole, un classico pure lui e con il sole ci si scalda un po’ tutti, Rafa Nadal in particolare.

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Di Roger Federer nemmeno l’ombra, qualcuno giura di averlo visto, qualcuno mormora che si è allenato su un campo all’esterno di Wimbledon, sta di fatto che la sua entità rimane astratta dal contesto rispetto al rivale spagnolo.

Lo vedremo materializzarsi sul Centrale più tardi, si ma a che ora?

La finale è in programma per le 14 ore di Londra, ma Radio Wimbledon ha già annunciato che ci sarà uno slittamento di mezz’ora. Ne approfitto per gustarmi le celeberrime fragole con panna che qui sono un must prima di accomodarmi sulla Henman Hill e godermi l’avvicinamento alla finale sul maxi-schermo.

C’è grande attesa e grande equilibrio per la sfida annunciata come la madre di tutte le partite. E’ la sesta finale Slam tra Federer e Nadal e il bilancio è composto da due vittorie per il primo, tutte quì a Wimbledon e tre per il secondo, tutte sulla terra di Parigi, l’ultima lo scorso 8 giugno, ed è stato un massacro.

Finora nessuno dei due è riuscito a vincere in “casa” dell’altro, ma Nadal ha dimostrato grandi miglioramenti e si è avvicinato tantissimo al Federer su erba strappandogli un set in finale nel 2006 e due nella finale 2007 quando andò ben due volte 15-40 sul servizio dello svizzero al quinto.

Si gioca per la storia, il sesto Wimbledon per Roger, mai nessuno ci è riuscito, o il primo per Rafa.

Smette di piovere e alle 14.35 il match può avere inizio.

Il primo punto è l’emblema di quello che ci attende, quattordici colpi di un’intensità straordinaria e dritto lungolinea vincente di Nadal, gli spagnoli assiepati sulla collinetta esultano numerosi.

Al terzo game arriva il break decisivo del set che si chiude sul 6-4 in 48 minuti. Ne basteranno altrettanti allo spagnolo per vincere anche il secondo con lo stesso punteggio.

Federer soffre maledettamente Nadal, questa è la verità inconfutabile dopo i primi due set e dopo la finale del Roland Garros. Rafa lo mortifica, gli toglie i tempi di gioco, rimanda tutto dall’altra parte, rompe i suoi schemi.

Non ce la faccio a stare quì seduto inerme a vedere il mio campione così in difficoltà.

E’ ora di mettere alla prova l’inflessibilità degli inglesi, sono a due passi dal Centrale, se sofferenza deve essere voglio toccarla con mano, sentirla dal vivo dell’azione.

Rompo gli indugi, risalgo le scale del Centre Court e mi piazzo davanti a uno dei tanti ingressi che circondano il terreno di gioco. La guardia di servizio ne ostruisce la visuale ma con un pò di pazienza ce la si può fare.

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Dal vivo è tutta un’altra cosa. Chiudo gli occhi. Il rumore della pallina che esce dalla corde della racchetta di Roger è pura armonia, è sweet swing, è una frustata liquida, ritmata.

L’impatto di Rafa è decisamente più possente, più potente, intimidisce.

Passano i minuti e Roger lentamente, a poco a poco, ritrova il suo tennis, inizia a danzare sull’erba, trova più spesso la rete, ma sul 5-4 la pioggia impone a tutti di andare a prendere un tè, d’altronde sono le 17 in punto.

Scendo nel vialetto, ho bisogno di far sbollire la tensione. E’ qui che faccio l’incontro con lo scriba, Gianni Clerici, che insieme a Rino Tommasi sta commentando la finale in diretta tv. Passo veloce, zainetto in spalla, mi affianco per complimentarmi con lui e al momento della stretta di mano mi dice

Ah è venuto anche lei ad assistere alla sconfitta dello svizzero?

Ma come? Abiti in Svizzera, ti sei sempre professato amante del bel gioco di Federer e non mi concedi nemmeno la speranza di una rimonta? Uomo di poca fede o saggezza di giornalista che ne ha viste e commentate tante?

Alle 18:10 Federer e Nadal tornano in campo ed è subito tie-break, lo vince Roger per 7 punti a 5.

C’è vita oltre che speranza.

Il quarto set scorre via sul filo dell’equilibrio, nessuno arretra di un millimetro, ma la buona notizia è che Federer è tornato in partita, si va al tie-break, di nuovo.

Nadal sale 4-1 e 5-2 con due servizi a disposizione, ma sul più bello si smarrisce, commette un doppio fallo, si offre alla risposta dell’avversario senza la consueta cattiveria e in men che non si dica Roger si ritrova 6-5 a proprio favore.

Accenni di umanità da parte dello spagnolo che però riesce a ribaltare ancora una volta la situazione e a portarsi a un solo punto dalla conquista del torneo sul 7-6.

Federer annulla il match point con un servizio vincente, 7-7

Lo scambio successivo viene chiuso con uno straordinario passante di dritto da parte di Nadal che colpisce in allungo e in precario equilibrio dopo il profondo attacco di Federer. 8-7 Nadal e secondo match point della partita, questa volta con il servizio a favore.

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E’ qui che viene fuori l’immensa classe di Roger Federer.

Messo all’angolo da un attacco in diagonale a uscire, lo svizzero impatta di rovescio, il colpo meno sicuro del suo repertorio,  mandando la pallina a morire all’incrocio delle righe. E’ 8 pari.

Esplodo in un c’mon urlato a squarciagola e mi ritrovo abbracciato a un tifoso inglese che come me ha bisogno di lasciare andare la tensione accumulata.

Ma non è finita. Sul colpo successivo Federer si apre bene il campo per poi chiudere con un dritto vincente e si guadagna nuovamente la palla del set, che chiude con un servizio vincente. E’ di nuovo abbraccio con il tifoso. La finale di Wimbledon 2008 verrà decisa al quinto set.

Mi precipito giù per le scale, ho bisogno di prendere ossigeno, poi torno su.

Sul 2-2 e 40 pari c’è una nuova sospensione per pioggia, sono le 19:50 e si è giocato per quasi quattro ore, ma quando finisce, se finisce?

Quando si torna in campo, mezz’ora dopo, preferisco rimanere giù, non ce la faccio più a guardare, passeggio nel vialetto semideserto lungo tutto il perimetro dell’edificio.

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Non sono nervoso, ma in una sorta di trance meditativa. Ci esco per un istante soltanto quando su uno dei tabelloni elettronici che riempiono l’impianto appare il punteggio di 30-40 sul servizio Nadal con Federer in vantaggio 4-3.

E’ un attimo, penso

eccolo, è il momento che aspettavo

trattengo il respiro, ma è tutto inutile, 40 pari e di lì a poco 4 pari.

Dal rumore del pubblico capisco che si va avanti sul filo dell’equilibrio fino a quando un urlo più fragoroso mi travolge, seguito dagli incitamenti a Rafa, è arrivato il break, ora toccherà allo spagnolo servire per il match.

Ancora urla, incitamenti ora per l’uno ora per l’altro, “non è finita”, poi il boato, lungo, travolgente, definitivo. Capisco che abbiamo perso.

Alle 21:15 Rafa Nadal chiude gli occhi e si sdraia esausto sul campo di battaglia, ha compiuto l’impresa di battere Roger Federer a Wimbledon.

Sono già per strada, sulla via del ritorno le luci del tramonto londinese all’orizzonte fanno da sfondo al mio stato d’animo diviso a metà tra la magia a cui ho assistito e la delusione per l’abdicazione del Regno, ma quel che è certo è che oggi si è iniziato a giocare per la storia e si è finito con lo scrivere la leggenda.

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Sono trascorsi dieci anni da quella finale, ancora considerata da molti la partita del secolo. Roger Federer e Rafael Nadal continuano incredibilmente a dominare la scena del tennis mondiale. Una rivalità senza uguali nella storia di questo sport in cui l’uno ha avuto bisogno dell’altro per crescere e migliorarsi e allungare la propria carriera fino a raggiungere vette impensabili, spostando in là ancora una volta il limite del tramonto.