Il messaggio di Davide

Quando non riusciamo a dare una spiegazione logica a ciò che accade a un passo da noi, è come se ci sentissimo “traditi” dalla stessa nostra esistenza.
Tutto questo fa impressione rendendoci muti, ma…

Quando non riusciamo a dare una spiegazione logica a ciò che accade a un passo da noi, è come se ci sentissimo “traditi” dalla stessa nostra esistenza.

Tutto questo fa impressione rendendoci muti.

La notizia della scomparsa di Davide Astori ha avuto questo effetto su di me, mi ha lasciato senza fiato e senza forze, ancora una volta la vita mi ha sorpreso con una delle sue deviazioni dai binari della felicità che tutti vorremmo percorrere senza sosta, ed ora quello che solo riesco a fare è starmene muto in un angolo, con le paure che affollano i pensieri e le preoccupazioni che riaffiorano a pochi mesi da un’altra perdita importante per me e per i miei affetti più cari, avvenuta in circostanze analoghe a quelle che hanno portato via il povero Davide.

Ma anche i passaggi più bui e dolorosi della nostra esistenza nascondono un messaggio profondo, di speranza, che ha il diritto di essere riportato in superficie e svelato agli occhi di molti, anche di chi non vuol vedere o di chi non vuol credere che sia così.

E così ho udito questo messaggio attraverso il silenzio irreale degli stadi, l’ho visto nelle maglie dai diversi colori strette intorno allo stesso dolore, ed ho provato l’emozione attraverso la magia di una canzone cantata da chi non c’è più da sei anni, lui nato quel quattro di marzo in cui un altro cuore ha invece smesso di battere.

Interrogarsi sullo stupore della vita e godere appieno di ogni suo momento

mi piace pensare sia questo il messaggio che Davide ci ha lasciato in eredità, un messaggio libero di volare proprio come fa una rondine che si infila nel mondo degli uomini per guardarli da vicino.

Grazie a Lucio per questa poesia

Vorrei entrare dentro i fili di una radio
e volare sopra i tetti delle città
incontrare le espressioni dialettali
mescolarmi con l’odore del caffè
fermarmi sul naso dei vecchi
mentre leggono i giornali
e con la polvere dei sogni volare e volare
al fresco delle stelle, anche più in là

Sogni, tu sogni nel mare dei sogni.

Vorrei girare il cielo come le rondini e ogni tanto fermarmi qua e là
aver il nido sotto i tetti al fresco dei portici
e come loro quando è la sera
chiudere gli occhi con semplicità.

Vorrei seguire ogni battito del mio cuore
per capire cosa succede dentro
e cos’è che lo muove
da dove viene ogni tanto questo strano dolore
Vorrei capire insomma che cos’è l’amore
dov’è che si prende, dov’è che si dà
Sogni, tu sogni nel cielo dei sogni

(Lucio Dalla, Le rondini, 1990)

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E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria.

Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami.

Ci si parla, ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio.

(Tiziano Terzani)

L’arma in più (parte finale)

«Non pensare a Rafa. Pensa solo a colpire la palla, non occuparti del tuo avversario. Gioca libero, come se il tuo avversario non esistesse» (Ivan Ljubicic)

E’ il 29 gennaio 2017, il giorno della finale.

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Questi due mostri sacri in una finale slam non si affrontano da sei anni. Parigi 2011 l’ultima volta. Inutile dire chi abbia vinto. Qui a Melbourne si sono affrontati tre volte. Chi ha vinto tutte e tre le volte? Si, sempre il mancino.

Ma questa volta fin dall’inizio sembra un po’ girato il vento. E il rovescio coperto di Roger viaggia che è una bellezza. Break a metà set e primo parziale per lo svizzero per 64.

E’ veemente la reazione di Rafa. Se i gatti hanno sette vite, Nadal ne ha almeno quattordici, se non ventuno. Si prende di rabbia due break consecutivi nel secondo set, poi accorciati a uno da Roger, ma non basta. 63 e palla a centro, un set pari.

Nel terzo l’inerzia gira nuovamente ed è un dominio svizzero. Roger non molla per un attimo il copione assegnatogli dal coach. Aggressivo. Propositivo. Piedi piantati sulla linea di fondo e quando possibile chiudere senza prolungare gli scambi. In un amen 61 e due set a uno Federer.

Le statistiche dicono che lo svizzero avanti 2-1 in una finale slam ha finito per perdere solo una volta, in quello sciagurato US Open 2009, quando gettò alle ortiche una partita già vinta contro Del Potro. Ma con Nadal è inutile affidarsi alla cabala, di vite ne ha ancora parecchie. Break immediato dello spagnolo tenuto fino alla fine per il 63 con cui pareggia il conto e rimanda ogni questione al quinto e decisivo set.

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Inizia Roger a servire e si fa subito brekkare.

Ecco. Ci risiamo. Lotti, sudi, i punti più belli li fai tu, ma poi chi porta a casa la pagnotta è sempre il braccio di ferro di Manacor.

Ma non tutto è perduto, Nadal conferma si il break di vantaggio portandosi sul 2-0, tuttavia concede palle break sul suo servizio. E a livello tattico Ivan aveva perfettamente ragione: il rovescio incrociato coperto di Roger fa malissimo a Nadal. 2-1 e quindi 3-1, ma sempre concedendo occasioni di contro break.

Si può fare, si deve fare!

Subito 3-2, alla quinta occasione sul servizio Nadal, finalmente, il contro break: 3-3.

A zero Roger tiene la sua battuta che così mette per la prima volta la testa avanti nel set decisivo. Nell’ottavo game si spinge perfino 0-40, ma le vite di Nadal, ora è ufficiale, sono molte di più di quelle dei gatti. Le annulla tutte, si procura anche una palla del 4-4, ma Roger non ci sta. Ancora una palla break, ancora parità.

Ma è sulla successiva parità che si gioca il punto più bello del torneo. 26 colpi.

Il terreno prediletto di Nadal, quello degli scambi prolungati. Ma non oggi. E’ a questo punto che a Roger tornano in mente le parole del suo coach prima della partita:

«Non pensare a Rafa. Pensa solo a colpire la palla, non occuparti del tuo avversario. Gioca libero, come se il tuo avversario non esistesse»

In ogni colpo i due mettono tutto quello che hanno. Fosse pugilato sarebbe come se entrambi i pugili tirassero il gancio decisivo, a cui tuttavia l’avversario non reagisce andando al tappeto, ma tirandone uno più forte ancora. Questo per 25 colpi.

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Ma il ventiseiesimo, un dritto lungolinea in spaccata di Roger, è un vincente che gli consegna l’ennesima palla break. Che Nadal annullerà con un ace d’accordo, ma quel punto da 26 colpi è una sorta di scambio simbolico: chi ha vinto quello deve prevalere.

E alla palla break successiva è 5-3 Federer, che può chiudere partita e torneo.

Ma Rafa di vite forse non ne ha nemmeno ventuno, ma ventotto o trentacinque, perché in un amen si invola 15-40.

La prima palla break Roger la annulla con un ace, la seconda con un dritto vincente inside out. Sulla parità altro servizio vincente e primo match point, che però non sfrutta.

Al secondo match point, Roger serve centrale, sul rovescio di Rafa, che risponde corto in mezzo al campo. Roger raccoglie di dritto e incrocia stretto, Nadal non è in grado di intercettare la pallina. Ma chiama il falco.

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E si, perché il destino quando decide di attuare un piano bellissimo, ci va fino in fondo.

Lo vuoi uno slam dopo cinque anni e dopo uno stop di sei mesi? E allora in finale incontri la tua bestia nera, che dovrai battere su un tema tattico col quale ti ha sempre demolito e il match point verrà sancito da quella tecnologia che hai sempre detestato.

Ma il falco sentenzia che il dritto a uscire stretto è atterrato in piena riga.

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Game, set, match, Federer!

Sugli spalti della Rod Laver Arena e a casa davanti alla tv le lacrime che saranno scese avranno riempito un fiume, perché in onda è andato un avvenimento che è già un film.

E il discorso di Roger alla cerimonia di premiazione riflette in pieno il significato di favola che si è appena compiuta.

Rivolgendosi a Nadal dice:

“Penso a qualche mese fa, quando ti sono venuto a trovare a Maiorca: io praticamente camminavo su una gamba sola e anche tu non stavi benissimo. Abbiamo inaugurato la tua accademia e fatto qualche palleggio coi ragazzini, mai ci saremmo sognati di ritrovarci qui a giocarci una finale slam solo pochi mesi dopo.”

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Poi va avanti:

“Oggi avrei potuto anche perdere e questo non avrebbe cambiato nulla, il mio ritorno sarebbe stato ugualmente grandissimo. Il tennis è uno sport duro, perché si vince o si perde, non c’è il pareggio. Ma ci fosse stato un pareggio, stasera sarei stato contento di accettarlo e dividerlo con Rafa.”

Quello che né Roger, né nessuno in quel momento immagina, è che quella vittoria, che rimarrà la più inaspettata e quindi la più dolce di sempre, è stato solo il preludio a una stagione che rimarrà fra le sue più vincenti in assoluto. Stagione nella quale vincerà un totale di sette tornei (mai così tanti dal 2007) e che chiuderà con un bilancio di 52 vittorie e 5 sole sconfitte, due delle quali in partite dove comunque era arrivato a match point.

Vincerà il suo ottavo Wimbledon, diventando il tennista uomo più vincente a Church Road. E, non ultimo, batterà il suo eterno rivale Nadal altre tre volte e sempre abbastanza nettamente per due set a zero.

La chiave di quei successi? Il rovescio coperto aggressivo, la sua arma in più!

E qui stavolta facciamo un passo in avanti di dodici mesi. Torniamo alla finale del 2018. Il rovescio coperto, pensato innanzitutto per arginare Nadal, è ormai un’arma letale utilissima con tutti gli avversari, e Cilic non fa eccezione.

Strappato con le unghie l’1-0 del set decisivo, ai vantaggi Roger vince i due giochi successivi, salendo 3-0. Cilic accorcia sul 3-1, ma il body language di entrambi è ormai piuttosto chiaro.

Federer appare consapevole di aver corso un grossissimo pericolo e di esserne uscito illeso. Cilic di aver visto passare un bel treno per la gloria e di non esserci salito per tempo.

4-1 Roger, che torna a tenere un servizio a zero dopo tantissimo tempo e ulteriore break al gioco successivo. Sul 5-1 la Storia si respira ovunque alla Rod Laver Arena. 40-0, seconda di servizio vincente. Ma a decidere se è buona o meno sarà ancora il falco.

A differenza dell’anno prima quando tutti hanno trattenuto il respiro tremando di speranza o paura a seconda della fazione di appartenenza, quest’anno la chiamata di Cilic lascia poca suspense.

Non è un game in bilico: siamo 40-0 e anche un eventuale doppio fallo lascerebbe a Roger altri due match point consecutivi sulla sua battuta.

Ma non ce n’è bisogno. La tecnologia è ancora amica della Svizzera.

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Sono 20 Slam. 20.

E non è detto sia l’ultimo.

Quel gran burlone di Andy Roddick scriverà in un tweet:

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Se Roger arriva a 21, il suo conto titoli slam potrebbe legalmente bere in America”, facendo riferimento evidentemente all’età minima che occorre negli States per poter acquistare alcool, a quanto pare più complicato che acquistare armi, ma questa è un’altra storia e non la affrontiamo di certo qui ora.

Parlando di storia, quella con la S maiuscola, invece.

Su un palcoscenico meno prestigioso, Rotterdam, raggiungendo il traguardo minimo della semifinale prima, e completando l’opera vincendo il torneo poi, Roger Federer torna numero 1 al mondo quattordici anni dopo la prima volta, cinque anni e mezzo dopo l’ultima ed a quasi 37 anni. Come dite? E’ un record? Che domande!

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L’arma in più (parte prima)

Sei rovesci coperti. Sei di fila, all’interno di uno scambio al cardiopalma il cui esito è stato forse decisivo nella finale degli Australian Open

Sei rovesci coperti. Sei di fila, all’interno di uno scambio al cardiopalma il cui esito è stato forse determinante per le sorti dell’intero match.

Game d’apertura del quinto set della finale degli Australian Open 2018.

Federer è al servizio dopo aver perso malamente gli ultimi due turni di battuta del quarto. Un set che sembrava vederlo lanciato a vele spiegate verso il sesto trionfo a Melbourne e l’incredibile quota di venti Slam, 20, vinti in carriera. Invece poi qualcosa, come in un maledetto incantesimo, si è spezzato. A Roger non è entrata più una prima di servizio nemmeno a pagarla e Cilic, il suo avversario, sembra essere tornato il clone del giocatore da playstation che tanto male gli aveva fatto a New York nel 2014.

L’inerzia del quinto set è quindi tutta a favore del croato. Vincere il game d’apertura è fondamentale per Roger. Primo, per non andare pronti via sotto di un break, ma soprattutto per interrompere un’emorragia di cinque giochi consecutivi a favore di Cilic.

30-0…dai che forse questo gioco va via facile. 30 pari. Macché. 40-30: dai, dai che lo portiamo a casa!

40 pari. Niente

La facilità con cui è andato via liscio il primo set ora è solo un miraggio.

Vantaggio Cilic: mio Dio, mi sa che questa volta non ce la fa.

Anche gli dei possono cadere dopotutto. Ma si dice anche che la fortuna aiuti gli audaci.

E tanta, tantissima fortuna viene in soccorso di Roger sulla palla break. Su una seconda di servizio non certo irresistibile Cilic affossa in rete la risposta di dritto. Ha un’altra opportunità Marin, ma Roger la annulla con un’ottima prima su cui il croato stecca la risposta e poco ha da recriminare. Quindi è Federer ad avere una seconda chance per tenere il servizio. Lo scambio finisce subito sulla diagonale di rovescio di Roger e partono sei rovesci coperti, l’ultimo dei quali gli regala il game, il tutto certificato dal grande nemico: l’occhio di falco.

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Il rovescio coperto dunque. E qui è doveroso fare un passo indietro.

Dodici mesi prima, sempre Melbourne, sempre Australian Open. Roger, che va per i 36, rientra alle competizioni ufficiali dopo sei mesi di stop. Dopo una stagione, il 2016, che per la prima volta dal 2000 non lo vede vincere nemmeno un torneo e che per la prima volta dal 2002 lo vede terminare l’anno fuori dalla top ten, precisamente al numero 17. Nelle tante interviste che rilascia, Roger si dice contento di esserci, di sentirsi ottimista e in ottima forma. Ma paiono molto più dichiarazioni diplomatiche di chi non può dire diversamente che non un reale convincimento.

E i primi due turni sembrano avvalorare questa ipotesi. Contro Jurgen Melzer, veterano austriaco oramai sprofondato fuori dai primi 200 del mondo, cede addirittura un parziale. Al secondo turno, contro lo sconosciuto Rubin, si impone tre set a zero, ma senza dare la sensazione di possedere un tennis brillantissimo. E il terzo turno, contro il ceco Tomas Berdych, in quel momento numero 10 del ranking e contro il quale più volte in passato aveva perso, per più di qualcuno ha l’aria di essere il capolinea.

Invece è una lezione di tennis del Maestro svizzero.

Qui si ammirano per la prima volta una sequenza di rovesci coperti di rara bellezza e non inferiore efficacia. 62-64-64 in meno di due ore. Berdych alla fine dirà:

“Questa partita non avrei voluto giocarla, ma vederla, perché deve essere stato uno spettacolo veder giocare così Roger oggi!”

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Agli ottavi di finale Federer trova un altro avversario di spessore, il giapponese Kei Nishikori. Parte malissimo, 0-4, ma poi recupera e il set finisce al tie-break, che tuttavia perde.

Tanta fatica per perdere comunque il set? Non valeva la pena lasciarlo andare e risparmiare energie per il resto del match, visto che non si sa quanta autonomia possa avere?

Nemmeno per sogno: quel recupero gli ha dato la fiducia di potersela giocare eccome contro un top 5. Federer vince i successivi due parziali mostrando grande autorità e perde il quarto più per sue leggerezze e distrazioni, che per un reale ritorno dell’avversario. Al quinto e decisivo set prende subito un break di vantaggio e chiude poco dopo 63, lanciandosi in un insolito urlo liberatorio verso il suo angolo.

“Ci sono anch’io e me la gioco fino alla fine, non sono venuto qui a fare la comparsa o il tour di addio!”

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Nei quarti di finale, a sorpresa, anziché il numero 1 Andy Murray, Roger affronta il russo di Germania Misha Zverev, giustiziere dello scozzese negli ottavi. 62-75-62, mera formalità e pass per le semifinali conquistato. Ad attenderlo c’è il connazionale e amico Stan Wawrinka, che ha sempre battuto su superfici diverse dalla terra rossa, ma che ora va considerato leggermente favorito su Roger, visto che, oltre a essere numero 4, è reduce dalla grande vittoria agli US Open del settembre scorso. E invece, nuovamente, Roger impone la sua legge e con grande autorevolezza vince i primi due set: 75-63. Sembra il preludio a un’altra cavalcata trionfale.

Come può recuperare Wawrinka contro il suo amico che gioca in questo modo?

Con un head to head che in quel momento dice 18-3 Roger e 14-0 se si considerano le partite non su terra?

Invece Stan the Man non ci sta. Non sarà mai nemmeno paragonabile al suo più illustre connazionale, ma anche lui è un Campione con la C maiuscola. E’ arrivato relativamente tardi a certi traguardi, ma vincere proprio qui in Australia nel 2014 lo ha fatto svoltare a livello di mentalità. Non è un avversario qualunque che, una volta messo sotto, non si rialza più. E’ sicuramente battibile, ma finché il giudice di sedia non pronuncia le fatidiche tre parole: “game, set and match…” non molla niente. E risale, eccome se risale. Il terzo set va via in un lampo. 61 Wawrinka. Il quarto è più equilibrato ma è sempre Stan a vincerlo, per 64. Ci si gioca tutto al quinto, ancora una volta. Roger però avanti due set a zero ha perso solo due volte in carriera e non è certo oggi che vuole sporcare questa statistica. Ci sono tante cose, anche esterne a lui, che lo vogliono vincitore. Djokovic, il robot ingiocabile di un anno prima, che esce al secondo turno. Il già citato Murray, fresco numero 1 e autore di un finale di stagione 2016 fra i più fenomenali di sempre, che viene eliminato agli ottavi. Non può essere solo mera coincidenza.

In finale deve andarci Roger. E ci va.

Nonostante rischi al quinto, dovendo annullare una palla break. Ma poi è lui a operare il break decisivo e a chiudere per 63. Si gira ancora verso il suo angolo, non urlando come contro Nishikori, ma guardando tutti dolcemente.

“E’ tutto vero? Siamo in finale?”

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Una favola che si rispetti deve avere il suo lieto fine, si sa, ma stavolta il destino sembra essere davvero crudele. Perché chi esce vincitore dall’altra semifinale?

No, dai ragazzi non può essere vero, non fate scherzi. Ma se non superava gli ottavi in uno slam da due anni!? Ma se anche lui l’anno scorso ha preso una vacanza forzata di svariati mesi!?

No, non è uno scherzo. In finale ci arriva proprio lui: Rafael Nadal da Manacor, Maiorca, Spagna. Quello che ha battuto Roger una volta si e l’altra pure. Quello che Roger non ha mai battuto al Roland Garros, senza nemmeno andarci vicino, mentre Rafa, lui si che l’ha spodestato sul giardino di casa, Wimbledon.

Destino crudele si. Sta fuori sei mesi, rientra, contro ogni pronostico arriva in finale e chi trova, la sua nemesi? E quando lo batte questo?

Eppure c’è chi è convinto che lo spagnolo si possa battere eccome. E’ il suo coach, Ivan Ljubicic, che è giovane abbastanza da aver affrontato sia Roger che Rafa nella sua carriera. Ha una grandissima intelligenza tattica ed è lui che ha fatto compiere un bel salto di qualità al suo assistito precedente, il canadese Milos Raonic. Poi però è arrivata, a fine 2015, la chiamata di Roger, e alla Leggenda non ha potuto dire di no. Il 2016 è stato un anno disgraziato, poco o nulla delle idée di Ivan è stato possibile mettere in pratica, troppi i continui malanni fisici di Federer. Ma questo non gli ha impedito di “studiare il caso”, fare analisi, ipotizzare modi diversi di approcciare determinate situazioni di gioco. E cosa tira fuori Ivan per la finale?

Dice a Roger che può vincere facendo un passo avanti e colpendo il rovescio non in back, ma d’incontro, coperto, forte, sul dritto di Nadal.

Si, vabbé, questo ha bevuto, e anche tanto!

Ma se il 23 a 11 negli scontri diretti a favore di Rafa ha le sue fondamenta tattiche proprio sulla diagonale rovescio Roger – dritto Rafa! E questo sostiene che proprio toccando quel tasto avremo la chiave di volta del successo?

Ivan non è mai stato così serio. Tocca il tasto dolente, vero, ma è il modo di toccarlo a fare la differenza. Aggredendo anziché essere aggrediti. Colpendo con percentuali di rischio enormi e quindi accettando che si faranno non pochi errori. Se il saldo vincenti – errori sarà positivo, allora ci saranno delle chances, allora ce le giocheremo davvero con l’arma in più.

(l’arma in più continua e vi aspetta in finale per la seconda parte)

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Uno strano incrocio

Quella bambina che a sei anni sulle nevi di Foppolo sognava , un giorno, di vincere le Olimpiadi..

Da Simone Moro a Sofia Goggia il passo è breve, talmente breve che basta percorrere poche centinaia di metri per poterli incontrare per le vie di Bergamo Alta o le colline della Maresana, quando non sono in montagna ovviamente

“Mamma, ho vinto l’oro alle Olimpiadi!”

Questo il sogno che Sofia si è regalato, un impresa senza precedenti, mai infatti un italiana aveva vinto l’oro olimpico in discesa libera, la regina delle specialità dello sci alpino

Solamente il grande Zeno Colò nel ’52 a Oslo era riuscito a fare altrettanto tra i maschietti

“La vittoria la dedico a me stessa, al mio bel Paese, alle persone che vogliono bene a Sofia indipendentemente dal fatto che vinca l’Olimpiade. Grazie a chi ha creduto ad una bambina che a sei anni sognava di vincere le Olimpiadi sulla neve di Foppolo

Sono una pasticciona, ma oggi ho cercato di essere una samurai”

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Oggi Sofia ha raggiunto l’apice della sua ancor breve e già luminosa carriera di atleta e non è un caso che l’abbia fatto proprio alle Olimpiadi, un evidente appuntamento con il destino

Già, perché quattro anni fa gli Olympic Games di Sochi, li aveva potuti solamente commentare da studio e non correre in pista come avrebbe fortemente voluto

A toglierla letteralmente dai “giochi” un maledetto infortunio subito poco più di un mese prima a Lake Louise. Durante la discesa libera il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro fece “crack” e con lui i sogni di gloria in terra russa

Dagli studi di un emittente televisiva italiana Sofia commentò la vittoria in discesa della svizzera Dominique Gisin, prima ex aequo (fatto più unico che raro) con la slovena Tina Maze

Oggi la Gisin è commentatrice tecnica della tv svizzera e quando Sofia è passata davanti alla sua postazione è successo qualcosa di davvero emozionante

“Ricordo che nel 2013, di ritorno da Lake Louise, stavo su una sedia a rotelle in aeroporto, una ragazza mi bussò sulla spalla e mi disse di prendere il suo biglietto

Lei era in business, io invece in economy

Quella ragazza era Dominique, sapevo chi fosse, ma non la conoscevo affatto di persona

A quattro anni di distanza, dopo alti e bassi, mille gare, mille sconfitte, dopo tante gioie e dolori, ti ritrovo qui davanti a me

io sto vincendo l’Olimpiade e…e sono emozionata!

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Si abbracciano Sofia e Dominique, ed è un abbraccio spontaneo e pieno di riconoscenza che vale e pesa più di una medaglia d’oro

Ancora una volta

rinunciare non ha significato perdere, ma soltanto rinviare il successo

Da Simone Moro a Sofia Goggia il passo è breve

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Ritorno in vetta

Domenica 11 febbraio Simone Moro e Tamara Lunger hanno compiuto la loro impresa insieme, la prima salita invernale del Pik Pobeda, la più alta montagna (3003 metri) della grande catena dei Monti Cerskij, nel cuore della Siberia, uno dei posti più freddi, e per questo anche impervi, della Terra con temperature in grado di raggiungere anche i -60 gradi

No, non sono Roger Federer, spiacente di avervi deluso

Se alzate lo sguardo verso il cielo spesso mi troverete lassù, in cima alle montagne più alte del pianeta

Normale, perché di mestiere faccio l’alpinista, il mio sogno fin da bambino

Ricordo che l’impiegato del Comune un giorno mi chiese

“Nome?” (Simone)

“Cognome?” (Moro)

Alla domanda sulla mia professione risposi con un sonoro “Alpinista!”

L’impiegato mi guardò con aria stranita

“Ma scusi, esiste come professione?”

“Si” confermai

“Quindi scrivo alpinista?”

“Esatto”

Un altro impiegato qualche anno più tardi, nonostante la richiesta fosse sempre la stessa, si ostinò a scrivere sulla carta d’identità “Professionista discipline sportive”

A differenza di alcuni impiegati ottusi

la mia famiglia non mi ha mai impedito di credere nei sogni

aiutandomi così a realizzarmi come alpinista di alta quota e a farne la mia professione

Una professione che mi ha portato al record di maggior numero di ascensioni in prima invernale sugli 8000, scalando nell’ordine il Shisha Pangma (2005), il Makalu (2009), il Gasherbrum II (2011) e il Nanga Parbat (2016)

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Per realizzare questi miei sogni sono serviti volontà e determinazione, pazienza e perseveranza, fatica e sacrificio, tutti strumenti da acquisire e affinare col tempo

E’ servito anche provare paura per conoscerla, per imparare a gestirla e poter decidere che è più importante qualcos’altro

Un ruolo fondamentale in tutto questo l’ha avuto il fallimento

Rinunciare non è da falliti, bisogna essere dei campioni per farlo in tempo e senza conseguenze. Nel mio mestiere non è facile resistere alla tentazione della cima che ti chiama dicendoti che potresti entrare nella storia dell’alpinismo

Nel 2008 mi sono fermato a meno di 200 metri dalla cima del Broad Peak.

Ero da solo, stavo bene e le condizioni meteo erano perfette,

ma era tardi, maledettamente tardi, erano le 14:30

Raggiungere la vetta a quell’ora significava esporsi ai pericoli del buio prima di rientrare al mio ultimo campo. Mi fermai e iniziai la discesa, con le lacrime agli occhi, ma con la vita in salvo. Ero quasi arrivato, mai nessuno era riuscito a scalare in invernale un 8000 in tutto il Karakorum, nonostante oltre vent’anni di tentativi

Tre anni dopo, in compagnia di Denis Urubko e Cory Richards sono riuscito nell’impresa, conquistando la cima del Gasherbrum II

Questo insegna che rinunciare non significa necessariamente perdere, ma soltanto rinviare il successo e comunque poterne conseguire altri

Anche la morte ho visto da vicino, era il giorno di Natale del 1997

Parete Sud dell’Annapurna, in cordata con il mio maestro Anatoli Boukreev e con Dimitri Sobolev fummo sorpresi da una valanga. Io sopravvissi per miracolo, dopo un volo di 800 metri, perché ebbi la fortuna di atterrare sull’unico spiazzo a metà parete invece che precipitare per altri 1000 metri

In pochi istanti mi ritrovai seduto, rivolto verso valle, con le gambe immerse nella neve fino alle ginocchia, ferito alle mani e ad una gamba, ma vivo

Dopo aver chiamato invano a gran voce i miei compagni fui “costretto” a mettermi in salvo

Aver visto da vicino la morte mi ha aiutato a crescere come uomo e a farmi apprezzare ancor di più il valore dell’esistenza

io voglio vivere per un sogno, non morire per un sogno

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Parla con umanità Simone Moro e arriva dritto al cuore di chi lo ascolta

Sogno e determinazione si fondono e si mescolano in quest’uomo cresciuto ai piedi delle Orobie, nel bergamasco, le montagne “sfigate” come lui stesso ama definirle, sempre con affetto però, quando le paragona alle Dolomiti o al Cervino

Lo ascolti e rimani affascinato dal suo saper condividere i propri sentimenti attraverso le doti comunicative

La semplicità è l’arma con la quale arriva alla gente in modo diretto, autentico, facendoti sentire partecipe delle imprese e delle emozioni ricavate, anche se non muovi nemmeno un passo in montagna

Nella speranza che le sue narrazioni regalino spunti e riflessioni, stimoli e ispirazione

Un po’ quello che è successo a me nel sentire direttamente dalla voce di Simone il racconto dell’impresa sul Nanga Parbat, conclusasi il 26 febbraio 2016 con la conquista della sua quarta prima salita invernale di un 8000, record assoluto

Un impresa riuscita dopo un corteggiamento lungo più di quattro anni, passato attraverso un paio di tentativi falliti, nel 2012 e nel 2014, e nonostante l’incidente di percorso accaduto alla sua compagna di viaggio, Tamara Lunger, costretta a fermarsi a soli 70 metri dalla vetta

Tamara aveva capito che se avesse proseguito non sarebbe tornata a casa

Durante la discesa inoltre inciampò e cadde compiendo un volo di almeno 200 metri

Si fermò per miracolo grazie ad un tratto di neve fresca

Ritrovato il rifugio però, la luce da lei accesa riuscì a guidare sani e salvi Simone e i due compagni di viaggio

C’è un immagine che più di tutte mi ha colpito di questo racconto

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La foto ufficiale scattata per le agenzie di stampa poche ore dopo la conquista del Nanga Parbat ritrae Simone insieme ai due compagni capaci di raggiungere la vetta, il pakistano Alì Sadpara e lo spagnolo Alex Txicon, ma soprattutto in compagnia di Tamara, una testimonianza ancora una volta autentica del valore di quest’uomo, un leader carismatico capace di fare squadra con semplicità e coerenza

Un uomo grazie al quale domenica scorsa Tamara ha coronato il proprio sogno

perché come diceva Madre Teresa

la felicità non è una destinazione, ma un percorso

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Tra lacrime e stupore

Ed ora ladies and gentlemen è il momento del vincitore

era questa la trentesima volta che disputava una finale dello Slam, un record

Sette di queste finali le ha giocate qui, agli Australian Open

Sei le ha vinte

Oggi quest’uomo è diventato il primo uomo della storia del tennis a raggiungere un incredibile ventesimo titolo dello Slam

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Ecco, ci (ri)siamo, ora tocca a me

…from Switzerland, ma amato in tutto il mondo, ROGER FEDERER!

Ovazione della folla nella Rod Laver Arena

Alzo le braccia, muovo in avanti, sorrido

tre gradini e sono sul palco, Ashley Cooper mi consegna la coppa, il mio amato Norman

la bacio, la mostro al mondo intero

Un boato

Sono felicissimo ed emozionato, molto emozionato

Vincere è la conclusione di una favola, è un sogno che si avvera, dopo l’anno stupendo…il 2017

mi trema la voce, mi blocco, abbasso lo sguardo…che fatica ragazzi

Applaudono tutti, applaude Mirka, applaude Rod che intravedo lì in fondo

Vado avanti, cerco di sopraffare l’emozione, ma ho un nodo in gola

E voi, che riempite lo stadio, che fate si che mi vada ad allenare, che mi rendete nervoso, teso, GRAZIE!

Altro boato

Riprendo fiato, cerco un po’ di coraggio per l’ultimo ringraziamento, il più importante

It’s tough

(è dura)

And my team, I love you

Cedo di schianto

Piango

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Esattamente come nove anni fa, beh non proprio e-sat-ta-men-te

(Sorrido)

Già allora molti mi davano per finito

e invece sono ancora quà

Sono passato dal momento più buio “Dio, quella cosa mi stava uccidendo sul serio” se ci penso

a vincere due volte di fila questo torneo

Dopo mesi che ero stato fermo

per giunta anche contro il mio eterno rivale Rafa (lo scorso anno)

Sono incredulo e sono fiero

Vorrei abbracciarvi tutti per avermi sostenuto sempre

Per aver creduto in me

Per aver superato come me lo sconforto di quei momenti in cui tutto sembrava perduto

Guardo a terra e sbuffo per cercare di trattenere le lacrime

Vedo tutti questi anni scorrere rapidamente come in un film

Sono arrivato a venti Slam e sembro il primo a non crederci

Venti Slam

E’ pazzesco

Eppure non mi sento per niente stanco, la passione alimenta le mie forze

Tutti mi dicono che gioco meglio ora rispetto a dieci anni fa, quindi perché smettere?

Mi fermerò soltanto quando Mirka si stancherà di viaggiare

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Lo speaker annuncia nuovamente il mio nome

Esco dallo stato di sospensione e mi esorto

C’mon Roger, goditi l’attimo

Bacia la coppa e ritrova il sorriso

Il peggio è passato, Norman sta tornando a casa

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