Mai più

Impossibile cancellare dalla mente quella sera di maggio di 33 anni fà.
Era stato un giorno bellissimo, in trepidante attesa della finale,
contavo le ore, pochi minuti fecero a pezzi il sogno mentre affondavo nel divano di casa, troppo piccolo forse per comprendere realmente il peso dell’errore a cui niente e nessuno dei miei beniamini malcapitati
avrebbe potuto porre rimedio per il resto delle proprie esistenze.
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Quelle esultanze, quel giro di campo con la coppa si potevano e si dovevano evitare,
lo sanno perfettamente oggi quei miei beniamini
a cui la coscienza non ha dato tregua, ne sono sicuro, in questi lunghi anni.
Quella coscienza che continua a mancare a coloro i quali non perdono occasione per vomitare fango sulla memoria delle vittime, la cui sola colpa è stata di trovarsi lì,
nel posto sbagliato al momento sbagliato
in trepidante attesa della finale dopo un giorno bellissimo.

In punta di piedi

Quando le luci si spengono e il silenzio è dappertutto, si fa luce il profondo attaccamento di un uomo verso tutto quello che lo ha fatto diventare grande

Quasi le due di notte, due come le luci ancora accese al Camp Nou, sul prato verde si staglia la sagoma di un uomo riluttante a lasciare quella che per 22 lunghi anni è stata la sua casa.

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Prima di far scorrere i propri pensieri, ha atteso l’uscita di tutti gli ospiti accorsi a vederlo per l’ultima volta in azione in maglia blaugrana, ed ora se ne stà lì seduto nel cerchio di centrocampo, il luogo in cui si sente più a suo agio, a piedi nudi, quasi a voler amplificare il senso di profondo contatto che lo lega al morbido terreno di questa casa che lo ha accolto ragazzino e che si appresta a salutarlo uomo vincente e di successo.

Eppure Don Andrés Iniesta che riflette sul proprio glorioso passato, in questo stadio così maestosamente vuoto, esprime un profondo senso di solitudine.

Ora che le luci si sono abbassate emerge la fragilità dell’uomo che fà di tutto per non nascondere il sincero amore verso quella maglia che ancora indossa.

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Con il cellulare in mano scatta un’ultima foto nell’oscurità, lui che è abituato a portare la luce alle stelle e a rimanere nell’ombra, ma che da quell’ombra quando è uscito ha brillato di luce propria, una su tutte la finale in Sudafrica nel 2010 contro l’Olanda, arresto e tiro e Spagna sul tetto del Mondo.

Ora è il momento di uscire però, in punta di piedi (nudi) s’intende, quasi a non far sentire il rumore dei passi che lo porteranno lontano da qui, da questo posto chiamato casa per oltre due decenni, verso il quale può essere difficile dire addio, ma che allo stesso tempo lascerà sempre una luce accesa, il faro verso il suo ritorno.

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Mucha suerte Don Andrés

 

 

 

 

La cometa di Halley (e Zizou)

Il giorno in cui ebbi la percezione che una prestazione così, un interprete così, non li avrei mai dimenticati

9 gennaio 2000, il tanto temuto millennium bug che avrebbe dovuto produrre un vero e proprio crash informatico si è rivelato in realtà un fenomeno ampiamente marginato e circoscritto. Quello che invece non si può limitare è un altro fenomeno che va in scena alle 13 di questa domenica di inizio millennio allo stadio Tardini di Parma.

Indossa la maglia bianconera, ha il numero 21 sulle spalle e ha nell’eleganza il marchio di fabbrica. Il suo nome è Yazide Zinedine Zidane. Per tutti Zizou.

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Il suo talento non lo scopriamo di certo oggi, ma oggi è una di quelle giornate in cui ogni giocata, ogni movenza, sembra avvenire nella luce, lasciando dietro di sè una scia luminosa e avversari in un mix di estasi e impotenza.

E’ un campionario di movenze uniche, un susseguirsi di controlli e scatti eseguiti con un anticipo clamoroso. Zizou è un campione di completezza: piedi memorabili, visione di gioco panoramica e istantanea, tecnica eccelsa, forza fisica spaventosa, eleganza innata, senso della posizione assoluto.

Sa fare maledettamente bene la veronica, un colpo scritto nel suo destino.

09 JAN 2000. SERIE A. 16th round. PARMA Vs JUVENTUS 1-1. ZINEDINE ZIDANE

La veronica nel calcio è quella finta tramite la quale chi la esegue si passa la palla da un piede all’altro mentre con il corpo ruota su stesso. I francesi la chiamano roulette , gli inglesi l’hanno ribattezzata Marseille turn, proprio in onore di Zidane, che a Marsiglia è nato.

Ironia della sorte la moglie di Zizou si chiama Veronique, come a dire che il francese ha sposato un dribbling.

Oggi al Tardini Zizou è la luce che illumina ogni azione, inventa, regge il centrocampo e guida l’attacco, gioca a un livello talmente straordinario rispetto agli altri 21 uomini in campo da far sembrare normale gente del calibro di Del Piero e Thuram.

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La partita finisce 1-1, con i padroni di casa in 9 che la riacciuffano nel primo dei quattro minuti di recupero grazie a un gol da fuoriclasse di Hernan Crespo, ma poco importa, oggi ho capito che un giocatore così è come la cometa di Halley.

Proprio come lei, capace di ispirare tra un passaggio e l’altro generazioni di artisti come Pascoli, Giotto e forse anche Dante, il transito di Zizou sui campi di calcio merita una benedizione per gli occhi che vi hanno potuto assistere e la celebrazione di quel momento in cui si ha pienamente la consapevolezza delle proprie percezioni, ossia che una prestazione del genere, un interprete del genere, li rivedremo tra chissà quanto tempo.

Chissà che mondo troverà la cometa.

 

Negli occhi aperti, accese appena e spente,
morian le stelle. E Dante fu nessuno.
Terra non più, Cielo non più, ma il Niente.

Il Niente o il Tutto: un raggio, un punto, l’Uno.

(tratto dall’ode di Giovanni Pascoli, Alla cometa di Halley)

 

 

 

 

 

 

Il messaggio di Davide

Quando non riusciamo a dare una spiegazione logica a ciò che accade a un passo da noi, è come se ci sentissimo “traditi” dalla stessa nostra esistenza.
Tutto questo fa impressione rendendoci muti, ma…

Quando non riusciamo a dare una spiegazione logica a ciò che accade a un passo da noi, è come se ci sentissimo “traditi” dalla stessa nostra esistenza.

Tutto questo fa impressione rendendoci muti.

La notizia della scomparsa di Davide Astori ha avuto questo effetto su di me, mi ha lasciato senza fiato e senza forze, ancora una volta la vita mi ha sorpreso con una delle sue deviazioni dai binari della felicità che tutti vorremmo percorrere senza sosta, ed ora quello che solo riesco a fare è starmene muto in un angolo, con le paure che affollano i pensieri e le preoccupazioni che riaffiorano a pochi mesi da un’altra perdita importante per me e per i miei affetti più cari, avvenuta in circostanze analoghe a quelle che hanno portato via il povero Davide.

Ma anche i passaggi più bui e dolorosi della nostra esistenza nascondono un messaggio profondo, di speranza, che ha il diritto di essere riportato in superficie e svelato agli occhi di molti, anche di chi non vuol vedere o di chi non vuol credere che sia così.

E così ho udito questo messaggio attraverso il silenzio irreale degli stadi, l’ho visto nelle maglie dai diversi colori strette intorno allo stesso dolore, ed ho provato l’emozione attraverso la magia di una canzone cantata da chi non c’è più da sei anni, lui nato quel quattro di marzo in cui un altro cuore ha invece smesso di battere.

Interrogarsi sullo stupore della vita e godere appieno di ogni suo momento

mi piace pensare sia questo il messaggio che Davide ci ha lasciato in eredità, un messaggio libero di volare proprio come fa una rondine che si infila nel mondo degli uomini per guardarli da vicino.

Grazie a Lucio per questa poesia

Vorrei entrare dentro i fili di una radio
e volare sopra i tetti delle città
incontrare le espressioni dialettali
mescolarmi con l’odore del caffè
fermarmi sul naso dei vecchi
mentre leggono i giornali
e con la polvere dei sogni volare e volare
al fresco delle stelle, anche più in là

Sogni, tu sogni nel mare dei sogni.

Vorrei girare il cielo come le rondini e ogni tanto fermarmi qua e là
aver il nido sotto i tetti al fresco dei portici
e come loro quando è la sera
chiudere gli occhi con semplicità.

Vorrei seguire ogni battito del mio cuore
per capire cosa succede dentro
e cos’è che lo muove
da dove viene ogni tanto questo strano dolore
Vorrei capire insomma che cos’è l’amore
dov’è che si prende, dov’è che si dà
Sogni, tu sogni nel cielo dei sogni

(Lucio Dalla, Le rondini, 1990)

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E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria.

Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami.

Ci si parla, ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio.

(Tiziano Terzani)