L’arma in più (parte finale)

«Non pensare a Rafa. Pensa solo a colpire la palla, non occuparti del tuo avversario. Gioca libero, come se il tuo avversario non esistesse» (Ivan Ljubicic)

E’ il 29 gennaio 2017, il giorno della finale.

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Questi due mostri sacri in una finale slam non si affrontano da sei anni. Parigi 2011 l’ultima volta. Inutile dire chi abbia vinto. Qui a Melbourne si sono affrontati tre volte. Chi ha vinto tutte e tre le volte? Si, sempre il mancino.

Ma questa volta fin dall’inizio sembra un po’ girato il vento. E il rovescio coperto di Roger viaggia che è una bellezza. Break a metà set e primo parziale per lo svizzero per 64.

E’ veemente la reazione di Rafa. Se i gatti hanno sette vite, Nadal ne ha almeno quattordici, se non ventuno. Si prende di rabbia due break consecutivi nel secondo set, poi accorciati a uno da Roger, ma non basta. 63 e palla a centro, un set pari.

Nel terzo l’inerzia gira nuovamente ed è un dominio svizzero. Roger non molla per un attimo il copione assegnatogli dal coach. Aggressivo. Propositivo. Piedi piantati sulla linea di fondo e quando possibile chiudere senza prolungare gli scambi. In un amen 61 e due set a uno Federer.

Le statistiche dicono che lo svizzero avanti 2-1 in una finale slam ha finito per perdere solo una volta, in quello sciagurato US Open 2009, quando gettò alle ortiche una partita già vinta contro Del Potro. Ma con Nadal è inutile affidarsi alla cabala, di vite ne ha ancora parecchie. Break immediato dello spagnolo tenuto fino alla fine per il 63 con cui pareggia il conto e rimanda ogni questione al quinto e decisivo set.

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Inizia Roger a servire e si fa subito brekkare.

Ecco. Ci risiamo. Lotti, sudi, i punti più belli li fai tu, ma poi chi porta a casa la pagnotta è sempre il braccio di ferro di Manacor.

Ma non tutto è perduto, Nadal conferma si il break di vantaggio portandosi sul 2-0, tuttavia concede palle break sul suo servizio. E a livello tattico Ivan aveva perfettamente ragione: il rovescio incrociato coperto di Roger fa malissimo a Nadal. 2-1 e quindi 3-1, ma sempre concedendo occasioni di contro break.

Si può fare, si deve fare!

Subito 3-2, alla quinta occasione sul servizio Nadal, finalmente, il contro break: 3-3.

A zero Roger tiene la sua battuta che così mette per la prima volta la testa avanti nel set decisivo. Nell’ottavo game si spinge perfino 0-40, ma le vite di Nadal, ora è ufficiale, sono molte di più di quelle dei gatti. Le annulla tutte, si procura anche una palla del 4-4, ma Roger non ci sta. Ancora una palla break, ancora parità.

Ma è sulla successiva parità che si gioca il punto più bello del torneo. 26 colpi.

Il terreno prediletto di Nadal, quello degli scambi prolungati. Ma non oggi. E’ a questo punto che a Roger tornano in mente le parole del suo coach prima della partita:

«Non pensare a Rafa. Pensa solo a colpire la palla, non occuparti del tuo avversario. Gioca libero, come se il tuo avversario non esistesse»

In ogni colpo i due mettono tutto quello che hanno. Fosse pugilato sarebbe come se entrambi i pugili tirassero il gancio decisivo, a cui tuttavia l’avversario non reagisce andando al tappeto, ma tirandone uno più forte ancora. Questo per 25 colpi.

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Ma il ventiseiesimo, un dritto lungolinea in spaccata di Roger, è un vincente che gli consegna l’ennesima palla break. Che Nadal annullerà con un ace d’accordo, ma quel punto da 26 colpi è una sorta di scambio simbolico: chi ha vinto quello deve prevalere.

E alla palla break successiva è 5-3 Federer, che può chiudere partita e torneo.

Ma Rafa di vite forse non ne ha nemmeno ventuno, ma ventotto o trentacinque, perché in un amen si invola 15-40.

La prima palla break Roger la annulla con un ace, la seconda con un dritto vincente inside out. Sulla parità altro servizio vincente e primo match point, che però non sfrutta.

Al secondo match point, Roger serve centrale, sul rovescio di Rafa, che risponde corto in mezzo al campo. Roger raccoglie di dritto e incrocia stretto, Nadal non è in grado di intercettare la pallina. Ma chiama il falco.

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E si, perché il destino quando decide di attuare un piano bellissimo, ci va fino in fondo.

Lo vuoi uno slam dopo cinque anni e dopo uno stop di sei mesi? E allora in finale incontri la tua bestia nera, che dovrai battere su un tema tattico col quale ti ha sempre demolito e il match point verrà sancito da quella tecnologia che hai sempre detestato.

Ma il falco sentenzia che il dritto a uscire stretto è atterrato in piena riga.

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Game, set, match, Federer!

Sugli spalti della Rod Laver Arena e a casa davanti alla tv le lacrime che saranno scese avranno riempito un fiume, perché in onda è andato un avvenimento che è già un film.

E il discorso di Roger alla cerimonia di premiazione riflette in pieno il significato di favola che si è appena compiuta.

Rivolgendosi a Nadal dice:

“Penso a qualche mese fa, quando ti sono venuto a trovare a Maiorca: io praticamente camminavo su una gamba sola e anche tu non stavi benissimo. Abbiamo inaugurato la tua accademia e fatto qualche palleggio coi ragazzini, mai ci saremmo sognati di ritrovarci qui a giocarci una finale slam solo pochi mesi dopo.”

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Poi va avanti:

“Oggi avrei potuto anche perdere e questo non avrebbe cambiato nulla, il mio ritorno sarebbe stato ugualmente grandissimo. Il tennis è uno sport duro, perché si vince o si perde, non c’è il pareggio. Ma ci fosse stato un pareggio, stasera sarei stato contento di accettarlo e dividerlo con Rafa.”

Quello che né Roger, né nessuno in quel momento immagina, è che quella vittoria, che rimarrà la più inaspettata e quindi la più dolce di sempre, è stato solo il preludio a una stagione che rimarrà fra le sue più vincenti in assoluto. Stagione nella quale vincerà un totale di sette tornei (mai così tanti dal 2007) e che chiuderà con un bilancio di 52 vittorie e 5 sole sconfitte, due delle quali in partite dove comunque era arrivato a match point.

Vincerà il suo ottavo Wimbledon, diventando il tennista uomo più vincente a Church Road. E, non ultimo, batterà il suo eterno rivale Nadal altre tre volte e sempre abbastanza nettamente per due set a zero.

La chiave di quei successi? Il rovescio coperto aggressivo, la sua arma in più!

E qui stavolta facciamo un passo in avanti di dodici mesi. Torniamo alla finale del 2018. Il rovescio coperto, pensato innanzitutto per arginare Nadal, è ormai un’arma letale utilissima con tutti gli avversari, e Cilic non fa eccezione.

Strappato con le unghie l’1-0 del set decisivo, ai vantaggi Roger vince i due giochi successivi, salendo 3-0. Cilic accorcia sul 3-1, ma il body language di entrambi è ormai piuttosto chiaro.

Federer appare consapevole di aver corso un grossissimo pericolo e di esserne uscito illeso. Cilic di aver visto passare un bel treno per la gloria e di non esserci salito per tempo.

4-1 Roger, che torna a tenere un servizio a zero dopo tantissimo tempo e ulteriore break al gioco successivo. Sul 5-1 la Storia si respira ovunque alla Rod Laver Arena. 40-0, seconda di servizio vincente. Ma a decidere se è buona o meno sarà ancora il falco.

A differenza dell’anno prima quando tutti hanno trattenuto il respiro tremando di speranza o paura a seconda della fazione di appartenenza, quest’anno la chiamata di Cilic lascia poca suspense.

Non è un game in bilico: siamo 40-0 e anche un eventuale doppio fallo lascerebbe a Roger altri due match point consecutivi sulla sua battuta.

Ma non ce n’è bisogno. La tecnologia è ancora amica della Svizzera.

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Sono 20 Slam. 20.

E non è detto sia l’ultimo.

Quel gran burlone di Andy Roddick scriverà in un tweet:

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Se Roger arriva a 21, il suo conto titoli slam potrebbe legalmente bere in America”, facendo riferimento evidentemente all’età minima che occorre negli States per poter acquistare alcool, a quanto pare più complicato che acquistare armi, ma questa è un’altra storia e non la affrontiamo di certo qui ora.

Parlando di storia, quella con la S maiuscola, invece.

Su un palcoscenico meno prestigioso, Rotterdam, raggiungendo il traguardo minimo della semifinale prima, e completando l’opera vincendo il torneo poi, Roger Federer torna numero 1 al mondo quattordici anni dopo la prima volta, cinque anni e mezzo dopo l’ultima ed a quasi 37 anni. Come dite? E’ un record? Che domande!

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